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Parental Alienation Syndrome

 In Psico&Patologie, N. 1 – marzo 2011, Anno 2

«Siamo legati con vincoli invisibili ai nostri timori. Siamo il burattino ed il burattinaio. Vittime delle nostre aspettative» (G.S. Rowlings)

Gardner Richard negli anni ’80 descrisse per la prima volta la sindrome da alienazione parentale alla Columbia University di New York, definendola: “Un disturbo che insorge quasi esclusivamente nel contesto delle controversie per la custodia dei figli. In questo disturbo un genitore (alienatore) attiva un programma di denigrazione contro l’altro genitore (alienato). Tuttavia, questa non è una semplice questione di lavaggio del cervello o programmazione, poiché il bambino fornisce il suo personale contributo alla campagna di denigrazione. È proprio questa combinazione di fattori che legittima una diagnosi di PAS [1]. In presenza di reali abusi o trascuratezza la diagnosi di PAS non è applicabile”.

Gardner precisò sempre, nei suoi numerosi scritti in materia, che nella PAS risulta essere essenziale il ruolo attivo del bambino: “l’acquisizione di potere da parte del bambino nello sviluppo della PAS”. È un potere acquisito che gli viene concesso dal genitore alienante e che egli accetta attivamente, spesso per paura di perdere l’affetto del genitore a cui è affidato. L’attenzione che il bambino esercita su di sé e il “rinforzo” che egli riceve dall’esterno, non fa altro che alimentare questo circuito. Tale aspetto è essenziale, dice Gardner, per comprendere: “l’eziologia, le manifestazioni e anche la cure della PAS” (Gardner, 1998). È possibile dunque affermare che, tale sindrome, appartiene ad un vero disturbo psicologico che insorge esclusivamente nel contesto delle controversie per la custodia dei figli a seguito del loro coinvolgimento in separazioni conflittuali non adeguatamente mediate.

La programmazione da parte del genitore alienante avviene attraverso la messa in atto di una serie di “fasi” nei confronti del bambino. Tali fasi che si susseguono, vanno dalla ricerca, da parte del genitore alienante, della aderenza del minore, passano attraverso la valutazione dell’efficacia della programmazione (il genitore pone delle domande che fungano da controllo), fino alla misurazione (una volta che sia stata posta in essere la programmazione) di quanto un bambino sia leale con il genitore alienante (fase di “mantenimento”). Il passo successivo sarà quindi quello di estendere il disprezzo acquisito dal bambino, a tutto ciò che fa parte della vita del genitore alienato e nel far sì che l’alienazione e/o programmazione venga mantenuta nel tempo.

L’età dei soggetti è di solito dai 7 ai 15 anni, probabilmente quando il loro sviluppo cognitivo ed emotivo li rende “prede” facilmente manipolabili, anche indirettamente.

È essenziale sottolineare che, in tali situazioni, i figli non possono vivere liberamente il proprio rapporto con nessuna delle due figure genitoriali. Una infatti è oggetto dell’alienazione da parte dell’altro, mentre colui che mette in atto l’alienazione spesso fa leva sulla paura che il bambino o i bambini hanno di perdere l’affetto e l’amore del genitore affidatario (alienante, in questo caso).

Per Gardner (1998) tale aspetto relazionale tra genitori e figlio/i è definibile come una vera e propria “sindrome” poiché esplica dei veri e propri sintomi correlati e/o causati da uno stato psicologico che porta all’esclusione di uno dei due genitori dalla vita del fanciullo (Barbaro, 2007). Il bambino non solo non è libero di vivere il suo rapporto con la coppia genitoriale ma impara che le regole sociali possono essere violate, poiché manca una cultura delle pari responsabilità, poiché l’autorevolezza può essere derisa, denigrata e perdere di importanza per lo stesso minore. Da ciò si deduce come il quadro psicopatologico che emerge nei minori, possa sfociare in alterazione della realtà, incapacità di provare simpatia o antipatia, mancanza di rispetto per l’autorità, estesa anche a figure come insegnanti e futuri datori di lavoro. È naturale pensare che nel momento in cui non si riconosce la prima fonte di autorevolezza e autorità, sarà difficile riconoscere anche le altre nel futuro di tali ragazzi. Si commette quindi nei confronti del minore una forma di violenza che Gardner definisce emozionale in quanto “questa programmazione può produrre nel bambino non solo una alienazione permanente da un genitore affettuoso, ma anche turbe psichiatriche”.

Il genitore alienante spingendo il bambino in una continua situazione di denigrazione e rifiuto dell’altro genitore determina la rottura di un legame psicologico che, nonostante la separazione o il divorzio dei genitori, rimane di grande importanza. Gardner sottolinea la necessità che questo atteggiamento sia considerato come indice di un grave deficit della capacità parentale, una forma di violenza emozionale e che ad esso sia data seria considerazione quando viene valutata la decisione sulla custodia.

 

Quali sintomi e quali segnali per riconoscere la PAS?

Non è facile identificare la PAS rispetto alla semplice influenza educativa e soprattutto non è semplice riuscire a capire se la preferenza esclusiva per un genitore è un’attitudine naturale o è stata condizionata.

Esistono alcuni criteri, o se vogliamo possiamo chiamarli “sintomi” che evidenziano un disagio manifesto nel minore e riconducibile alla PAS. Questi sembrano essere quelli universalmente riconosciuti dalla letteratura in merito.

  • Campagna di denigrazione: solitamente sono messaggi più o meno velati di denigrazione che vengono trasmessi al figlio attraverso apprezzamenti negativi, astio, ed eccessiva colpevolizzazione nei confronti dell’altro genitore di situazioni di cambiamenti di stile di vita conseguente alla separazione, anche economico, senza però obiettivamente mostrare un bilanciamento di responsabilità o un equilibrio di giudizio. Si instaura un comportamento a sua volta denigratorio da parte del figlio verso il genitore alienato, quasi ad imitare il genitore alienante, senza che il genitore manipolatorio blocchi tale atteggiamento di non rispetto.
  • Razionalizzazione debole dell’astio: questo rancore del minore nei confronti di uno dei genitori non è accompagnato da ragioni oggettive e significative. Ma sono solitamente illogiche o futili.
  • Mancanza di obiettività: si assiste ad una vera e propria “scissione” tra il genitore buono, quello alienante e il genitore cattivo, quello alienato, senza una mediazione.
  • Il fenomeno del pensatore indipendente: il figlio crede e afferma di essere un pensatore libero e indipendente dal pensiero genitoriale e di non essere influenzato dal pensiero del genitore con il quale vive.
  • Appoggio incondizionato al genitore alienante: come si può ben immaginare da quanto detto sopra, un altro sintomo o segnale è l’assoluta presa di posizione a favore del genitore alienante…qualsiasi cosa accada e in qualsiasi conflitto genitoriale si venga a trovare.
  • Assenza del senso di colpa: il bambino tende a vivere le espressioni ed il comportamento di disprezzo, senza alcun senso di colpa.
  • Gli scenari presi a prestito: spesso si riscontrano frasi o parole non consuete per l’età del bambino o del ragazzo.
  • L’estensione delle ostilità alla famiglia allargata del genitore rifiutato

La manipolazione da parte di un genitore può avvenire sia in senso diretto che indiretto. Le tecniche dirette sono facilmente identificabili mentre quelle indirette no, poiché fanno leva sull’emotività e lealtà del figlio. (Gulotta 1998).

Proverò ad elencarne alcune :

  • Raccontare aneddoti in cui l’altro genitore è ridicolo o perdente.
  • Esagerare il proprio ruolo da educatore sfumando quello dell’altro.
  • Soddisfare i desideri del figlio che l’altro limita o disapprova.
  • Chiamare l’altro genitore con il nome proprio quando si parla con il bambino al fine di eliminare ai suoi occhi la funzione genitoriale, sminuirne il significato verbale e di contenuto.
  • Meta-comunicare in modo paradossale sull’altro genitore: “potrei dire molte cose su tua madre…ma non sono uno che critica i genitori!!!”, si lascia intendere che si disprezza e si è a conoscenza di caratteristiche negative nell’altro. Ciò rende maggiormente il bambino confuso e suggestionabile.

Ovviamente non è detto che attuando queste strategie il bambino si schieri necessariamente con il genitore alienante, questo dipenderà anche dal livello di autonomia psicologica che ha raggiunto.

Come si evince, da quanto detto fino ad ora, il genitore “programmatore” ha un ruolo predominante nello sviluppo della Sindrome da alienazione parentale. Anche in letteratura ad egli viene attribuita un’importanza maggiore rispetto al genitore alienato. Ciò non toglie che siano state studiate e descritte alcune caratteristiche psicologiche e comportamentali del genitore bersaglio che, secondo gli autori, agevolerebbero lo svilupparsi della PAS (Wakefield, Underwager, 1990; and 1997b in Gulotta, 2007)

  • Il sesso: in due terzi dei casi il genitore bersaglio è il padre e delle volte può essere accusato falsamente di abuso sessuale
  • La responsabilità attribuita per il fallimento del matrimonio: il genitore a cui viene attribuita tale responsabilità ha maggiori probabilità di diventare il genitore bersaglio.
  • Distanza emotiva dai figli: quando il genitore ha un atteggiamento maggiormente distaccato può essere oggetto di attacco da parte dei figli o distanziamento in modo più frequente.
  • Atteggiamento passivo/ambivalente o, al contrario, aggressivo verso il partner, i figli e le questioni relative al loro affidamento ed alla separazione in generale: il genitore che si lascia guidare dall’ex-partner senza reagire, ha maggiori probabilità di diventare genitore bersaglio perché permette all’altro di influenzare il figlio.

Aspetto importantissimo invece è il ruolo che rivestono i professionisti che, a vario titolo, entrano nella conflittualità della coppia. Non entrerò nel merito di altri professionisti, ma quando  quelli che si occupano di salute mentale vengono chiamati ad esprimere valutazioni con valenza giuridica, essi dovrebbero innanzitutto tener conto del ruolo da loro rivestito nel conflitto genitoriale che, se mal gestito, può portare le parti ad affrontarsi ancora più duramente. Anche i consulenti di parte è necessario che ricordino che l’interesse principale è quello del minore.

 

Tecniche di induzione della PAS e di Brainwashing

Abbiamo detto che la PAS è il risultato della combinazione di una programmazione effettuata dal genitore alienante e dal contributo del bambino. Mediante una campagna di denigrazione rivolta contro il genitore alienato si avviano una serie di tecniche di programmazione attingendo ad un sistema di credenze quali i valori morali, religiosi, filosofici, personali, sociali diretti a “demolire” il genitore bersaglio per raggiungere lo scopo di: distruggere la relazione tra l’altro genitore e il proprio/i figli (Gardner, 1989). Sono diverse le motivazioni: gelosia, vendetta, questioni economiche, paura di perdere l’amore del figlio o l’affidamento, ma anche può essere motivata da aspetti quali: desiderio di controllo, meccanismo di difesa nel tentativo di demonizzare quel legame, ambivalenza tra staccarsi dal partner e mantenere una relazione attraverso il conflitto.

Le tecniche maggiormente impiegate prevedono alcuni passaggi che consistono nel manipolare la situazione creando cioè equivoci e dando informazioni sbagliate; creare alleanze con le persone che frequentano il figlio; accontentare in tutto il figlio al fine di creare una alleanza esclusiva con lui; negazione psicosociale del genitore bersaglio, fare finta che non esista, non parlarne, cercare di non farglielo vedere ecc; attribuire la critica verso il genitore bersaglio al bambino e non a se stessa; negativizzare sempre l’immagine dell’altro.

Gli effetti della sindrome di alienazione sui figli dipendono:

  • Dalla severità del programma.
  • Dal tipo di tecniche di brainwashing utilizzate.
  • Dall’intensità con cui viene portato avanti il programma.
  • Dall’età del figlio e dalla sua fase di sviluppo, oltre che dalle sue risorse personali.
  • Dalla quantità di tempo che essi hanno trascorso coinvolti nel conflitto coniugale.

 

Effetti a breve a lungo termine sul bambino

Le conseguenze psicologiche variano in base a diversi fattori quali: l’età del bambino e le sue risorse personali, l’intensità e la durata della manipolazione, tipo di tecniche usate.

Se prendiamo in considerazione l’età avremo ad esempio:

  • Età prescolare: comportamenti regressivi, paura immotivata del genitore bersaglio, ansia.
  • Scuola primaria: ritardo scolastico, enuresi, disturbi di relazione, bullismo, è possibile che si verifichino le prime false accuse.
  • Preadolescenza e adolescenza: disturbi del comportamento alimentare, tabagismo, alcolismo, abbandono scolastico, depressione.

Secondo Gardner le PAS si possono distinguere in tre diverse forme, la cui clinica e la cui prognosi sono assai diverse:

  1. Lieve: i bambini manifestano gli otto sintomi elencati in precedenza, in modo superficiale; spesso sono presenti solo alcuni di questi sintomi. La psicoterapia spesso non è necessaria.
  2. Media: è la più comune. È presente in uno stadio più avanzato della precedente ma meno pervasivo di quella grave. Non è presente ambivalenza nel giudicare i genitori, sia in senso positivo che negativo, anzi, l’astio nei confronti del genitore alienato è palesemente manifesto.
  3. Grave: la manifestazione di oppositività e denigrazione è radicale, quasi fanatica in questi bambini. Essi instaurano una relazione di folie à deux con la madre, in un delirio perverso e distruttivo. Il bambino risulta essere spesso sopraffatto dal panico che prova alla sola ideaq di incontrare il padre.

Gardner con i suoi studi ha dimostrato che la sindrome scompariva nel momento in cui veniva bloccata la PAS e magari si assisteva ad una inversione rispetto alla genitorialità.

 

Come intervenire?

Gardner individua alcune proposte che possono aiutare i professionisti ad orientarsi nel “conflitto”. Per prima cosa è opportuno un approccio integrato tra il Tribunale, con le sue disposizioni e, operatori della psiche. Avendo precedentemente detto che esistono tre tipi di PAS, distinguibili in base alla loro gravità, è necessario che gli interventi siano differenziati.

Nei casi lievi, infatti, spesso non è necessario intervenire dal punto di vista psicoterapeutico, poiché una volta risolto il conflitto mediante il Tribunale, la PAS si risolverà spontaneamente.

Nel secondo caso, mi riferisco ai casi di PAS moderata, è necessario intervenire a più livelli: sanzionatorio, da parte del Tribunale, verso il genitore alienante se non segue un programma terapeutico. Quest’ultimo prevede una de programmazione con due obiettivi:

  1. interrompere l’iter della sindrome;
  2. riunire il genitore alienato con i figli.

Importante e necessario al fine della riuscita il lavoro sulla comprensione della dimensione psicologica del minore da parte del genitore alienato. E’ necessario che egli comprenda quanto il disprezzo e la denigrazione da parte del minore non è altro che un meccanismo di difesa che serve per mantenere la stima alta del genitore alleato e sostenerlo nella separazione.

Nei casi di PAS grave invece, si procede nel trasferire la custodia primaria al padre, con residenza del bambino dallo stesso. Si può anche precedere un luogo di transizione intermedia prima che dal padre, poiché potrebbero fortemente non voler andare. Durante questa fase non dovrebbero esserci contatti tra la madre e i bambini. La situazione in fine deve essere monitorata da un terapista scelto dal Tribunale. Inoltre, importantissimo è il ruolo svolto da un intervento terapeutico che deve essere necessariamente multifocale e diretto all’intero sistema familiare quando ciò è possibile. Tale approccio vede interventi rivolti:

1) Al bambino, al fine di ristabilire un corretto esame di realtà, ricostruire il legame e la relazione con il genitore “alienato”, lavorare sul senso di colpa e sull’incapacità di differenziarsi e separarsi dal genitore alienante e dai suoi giudizi e pensieri.

2) Al genitore alienante, al fine di far comprendere la differenza che intercorre tra il conflitto coniugale di coppia e il ruolo genitoriale che da tale conflitto non può nè deve essere messo in discussione, al fine di riconoscere i danni che tale comportamento può creare nel presente e nel futuro al proprio bambino, al fine di ricostruire un legame con quest’ultimo caratterizzato dall’equilibrio, dalla protezione dai conflitti, dall’attenzione alle sue esigenze, emozioni, necessità e al fine di evitare che egli sia trattato come uno strumento e un’arma nel conflitto con l’ex partner e non come una persona.

3) Al genitore alienato, per aiutarlo a far fronte all’impotenza e alla sofferenza che le conseguenze dell’atteggiamento dell’ex partner determinano, per aiutarlo a trovare nuovi modi di gestire il conflitto e per offrire strategie concrete per ristabilire il legame e il contatto con il bambino.

 

Conclusioni

Non sempre, durante le dispute per l’affidamento dei figli, si tiene in seria considerazione il fenomeno della PAS. Sarebbe importante, invece, dedicare maggiore attenzione da un punto di vista clinico-spicologico ma anche legale. Tale sindrome, infatti, mette in evidenza diverse difficoltà, le cui conseguenze si esplicano in tutto il nucleo familiare, seppur diviso. Anche il genitore alienante non è escluso dalle conseguenze del proprio comportamento. Quest’ultimo, infatti, quando posto in atto, diventa la manifestazione di un forte disagio psicologico che richiederebbe la cura e il supporto di uno specialista. Nel nostro Paese il fenomeno è poco conosciuto e poco studiato, anche dal punto di vista statistico. Chissà se tale disturbo è prevalentemente legato alla fase di separazione oppure è un comportamento poco manifesto ma presente anche nelle fasi antecedenti. Sicuramente è importante considerare che le situazioni di PAS hanno necessità di essere trattate da esperti che cerchino di lasciare la crisi al di fuori delle aule di tribunale per evitare l’esacerbarsi del conflitto.

 

Bibliografia

Barbaro G. (2007): Famiglia in crisi tra patologia e risoluzione dei conflitti: Sindrome di alienazione genitoriale e mediazione familiare. Associazione italiana Psicologia Giuridica.

Buzzi I. (1997): La syndrome da alienazione genitoriale. In Cigoli V., Gulotta G. & Santi G. (a cura di ) Separazione, divorzio e affidamento dei figli, Giuffrè Milano, II ed. P. 177-187.

Gardner, R.A. (1985): Family therapy of the Moderate Type of parental Qlienation Sindrome, in The American Journal of Family therapy. Pag 195

Gardner, R.A.(1989): Family Evaluation in Child Custody Mediation, Arbitration, and Litigation. Cresskill, New Jersey: CreativeTherapeutics, Inc.

Gardner,R.A.(1998).The Parental Alienation Syndrome, Second Edition. Cresskill, NJ: Creative Therapeutics, Inc.

Gardner, R.A.(2002): The Empowerment of children in the Development of Parental Alienation Syndrome. The American Journal of Forensic Psycology 20 (2): 5-29.

Gulotta G. (1998): La sindrome di alienazione genitoriale: definizione e descrizione. In Pianeta Infanzia. Firenze. Istituto degli Innocenti

Gulotta G. (2007):La sindrome di alienazione genitoriale. http://www.minori.it/, n. 4 dei Quaderni “Pianeta Infanzia”.

Wakefield, Underwager, 1990; and 1997b in Gulotta (2007): sindrome da alienazione genitoriale. Articolo pubblicato su sito web http://www.minori.it/, n. 4 dei Quaderni “Pianeta Infanzia”.

 

Sitografia

http://madresenzacattedra.bogspot.com/2007/02/la

http://www.minori.it/

 


 

[1]Parental Alienation Syndrome, Legge 54/06: “…anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale” (Conv. Di New York 1989).

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