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Il potere delle parole

 In Editoriale, Anno 9, N. 4 – dicembre 2018

«Le nostre parole sono spesso prive di significato. Ciò accade perché le abbiamo consumate, estenuate, svuotate con un uso eccessivo e soprattutto inconsapevole. Le abbiamo rese bozzoli vuoti. Per raccontare, dobbiamo rigenerare le nostre parole. Dobbiamo restituire loro senso, consistenza, colore, suono, odore. E per fare questo dobbiamo farle a pezzi e poi ricostruirle» 

(Carofiglio)

 

A differenza di oggi in cui le parole hanno perso “peso” e vengono utilizzate con la leggerezza di una piuma, se non addirittura manomesse, svuotate del loro significato originario e riempite di un significato di comodo, per gli antichi le parole erano importanti, anche se più importante ancora era il silenzio, una forma di comunicazione più efficace della parola.

Era ben nota la forza persuasiva del silenzio e la sua fondamentale applicazione in determinate circostanze: il silenzio come offesa, il silenzio come difesa, il silenzio come paura, il silenzio come prescrizione. Il silenzio come forma di comunicazione, forse ancor più potente della parola stessa, tanto che gli antichi hanno speculato molto sulla sua essenza e funzione.

L’afonia del silenzio è espressione diretta di uno stato d’animo carico di significati, che assume valori positivi o negativi a differenza se si tace per motivi di opportunità o per dimenticare azioni ingloriose: costretti al silenzio erano i barbari, che parlavano una lingua incomprensibile e, soprattutto, i vinti e i prigionieri di guerra.

Per gli antichi le parole erano così importanti che esisteva una relazione indissolubile tra la parola ed il suo referente: la parola era l’emanazione dell’oggetto.

Per i Maya evocare le forze divine che reggono il cosmo significava evocarle concretamente nello spazio attuale. I Fenici, invece, per comporre il loro alfabeto scelsero le figure che servivano a rappresentare gli oggetti che più di frequente si offrivano alla vista di tutti e che più facilmente potevano essere riconosciuti, esprimendo poi il suono con la lettera che dava principio al nome dell’oggetto.

Ecco che posero in prima linea il toro o bove, perché animale che conduce l’armento, poi la tenda o casa (Beth) del pastore, quindi il cammello (Ghimel) che era il loro veicolo attraverso il deserto.

Aleph (o meglio il suo plurale Alaphim) vale infatti bue, vitello e, figuratamente, capo, guida principe e come lettera era rappresentato da una testa di bove munita delle sue corna, così disegnata. I Greci e i latini la capovolsero A, ovvero la inclinarono di un lato arrotondandola leggermente α.

La lettera B anticamente era orizzontale ΛΛ . Era l’iniziale del Beth dei Fenici che significa casa, tenda, recinto, scatola, tutto ciò che serve a chiudere: rappresentava l’unione di due tende. D’altronde Betlemme, in ebraico Beit Lehem, significa casa del pane.

La G prende il nome da Gomal o Ghimel, cammello. Non per la gobba, ma per il collo dell’animale, la cui forma la possiamo ritrovare nella nostra g minuscola (Pianigiani, 1990). Ecco quindi una corrispondenza assoluta tra parola ed oggetto: la parola era l’oggetto e l’oggetto la parola.

La parola per gli antichi era preziosa, grandiosa, totale, l’essenza stessa di ciò che descriveva. “Abraq ad habra” in aramaico significa “creo quello che dico”, pertanto pronunciare il nome di un oggetto o di una persona, significava agire positivamente o negativamente sull’oggetto o sulla persona stessa.

«In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Questo era in principio presso Dio e compito del monaco fedele sarebbe ripetere ogni giorno con salmodiante umiltà l’unico immodificabile evento di cui si possa asserire l’incontrovertibile verità». Non è la Bibbia ma l’incipit del romanzo “Il nome della Rosa”, di Umberto Eco. Ogni giorno il monaco deve meditare sull’importanza della parola.

Il Vescovo anglicano e teologo Nicholas Thomas Wright caratterizza la “Parola” (logos) come incomprensibile nel linguaggio umano. Egli afferma che, mediante la fede il Logos trasforma le persone col suo giudizio e misericordia. Le parole hanno il potere di distruggere e di creare. Quando le parole sono sincere e gentili possono cambiare il mondo (Buddha).

Per altri versi anche Freud nell’“Introduzione alla psicoanalisi” cita: «Mi ha sempre affascinato l’idea che le parole – cariche di significato e dunque di forza – nascondano in sé un potere diverso e superiore rispetto a quello di comunicare, trasmettere messaggi, raccontare storie. L’idea, cioè, che abbiano il potere di produrre trasformazioni, che possano essere, letteralmente, lo strumento per cambiare il mondo» Ed ancora: «Le parole erano originariamente incantesimi, e la parola ha conservato ancora oggi molto del suo antico potere magico. Con le parole un uomo può rendere felice un altro o spingerlo alla disperazione, con le parole l’insegnante trasmette il suo sapere agli studenti, con le parole l’oratore trascina l’uditorio con sé e ne determina i giudizi e le decisioni. Le parole suscitano affetti e sono il mezzo generale con cui gli uomini si influenzano reciprocamente».

Le parole sono talmente importanti che chi non le ha va in crisi. I tahitiani avevano parole per descrivere il dolore fisico ma non per quello psichico. Quando provavano il dolore spirituale non erano in grado di identificarlo, tanto che l’esito finale in caso di sofferenze intense e per loro incomprensibili era il cortocircuito che portava al suicidio. Centinaia di migliaia di uomini si sono fatti uccidere per parole di cui non hanno mai compreso il significato, pronunciate da governanti e generali di un medesimo stato –ma non di una medesima nazione– in una lingua che non hanno mai compreso.

D’altro canto così come è grave la mancanza di parole per descrivere una situazione, è altrettanto grave la loro prolissità. Disse il politico tedesco Franz Josef Strauss: «I dieci comandamenti contengono 279 parole, la Dichiarazione Americana d’Indipendenza 300 e le disposizioni della Comunità Europea sull’importazione di caramelle esattamente 25.911» .

Un potere, quello delle parole, che troppo spesso è svilito dall’uso dei social network, contesto ove si dimentica che le parole sono anche atti dei quali è necessario fronteggiare le conseguenze. Per chi scrive “protetto” da un video le parole sembrano non avere peso e consistenza, sembrano entità volatili, ma sono in realtà meccanismi complessi e potenti, il cui uso genera effetti e implica responsabilità.

Nell’era digitale liquida teorizzata da Zygmunt Bauman nessuno si ritiene responsabile di ciò che ha affermato un attimo prima; le parole volano nell’aria e si disperdono tra un post di facebook e un tweet di twitter. Al contrario bisogna pensare che le parole hanno il potere di distruggere e creare, di cambiare il mondo.

La manomissione e l’uso “dissacratorio” delle parole, la perdita di importanza del silenzio, l’uso indiscriminato di “protesi psicotecniche” che ci rendono sempre collegati con il mondo, apparentemente con tantissimi amici ma di fatto disperatamente soli, hanno fatto sì di perdere quello che sta alla base della sanità del nostro pensiero: l’introspezione.

Scrive Bauman nel libro “Intervista sull’identità” «L’introspezione è un’attività che sta scomparendo. Sempre più persone, quando si trovano a fronteggiare momenti di solitudine nella propria auto, per strada o alla cassa del supermercato, invece di raccogliere i pensieri controllano se ci sono messaggi sul cellulare per avere qualche brandello di evidenza che dimostri loro che qualcuno, da qualche parte, forse li vuole o ha bisogno di loro».

 

Bibliografia

Bauman Z. (2005), Intervista sull’identità, Bari, Laterza.

Borges J.L. (1982), La cifra, Milano, Mondadori.

Carofiglio G. (2006), Ragionevoli dubbi, Palermo, Sellerio.

Eco U. (1980), Il nome della rosa, Milano, Bompiani.

Freud S. (2012), Introduzione alla psicoanalisi, Torino, Bollati Boringhieri.

Pianigiani O. (1990), Vocabolario etimologico, La Spezia, Melita.

 

 

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