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Lussuria

 In Editoriale, Anno 10, N. 1 – marzo 2019

Lussuria: «incontrollato abbandono ai piaceri sessuali che genera libidine, cioè un desiderio sessuale incontrollabile determinante comportamenti smodati[1]». E ancora «L’abbandono ai piaceri del sesso; un desiderio ossessivo e smodato di soddisfare tali piaceri fisici[2]».

Un incontrollato abbandono, un incontrollabile desiderio e ancora un desiderio ossessivo e smodato. Ecco descritta la lussuria nei dizionari della lingua italiana. Non è il naturale desiderio di piacere o la naturale ricerca di soddisfazione sessuale, senza la quale ci saremo estinti o più probabilmente non saremo mai esistiti, ma un «peccator carnali che la ragion sommettono al talento», per usare le parole di Dante. La lussuria, non curante delle sue conseguenze, è infatti il prevalere dell’istinto ‘animalesco’ o meglio della pulsione sessuale sulla ragione. Un ‘consumare’ sotto la ‘tirannia’ psichica di un bisogno irrefrenabile che detta un comportamento determinato dall’immediatezza, che scardina e deforma l’atto sessuale rendendolo solo mera fisicità e ‘irregolarità’ della pulsione: un «seguir come bestie l’appetito», scomodando ancora Dante. Un possedere senza avere, poiché l’atto sessuale si svuota di quella parte interiore fatta di tenerezza, di attesa, di attenzione all’altro, di reciprocità: un «eccesso corruttivo da piacere corporeo, fino all’irrazionalità», sentenzia Aristotele nell’Etica.

Oggi la lussuria è assurta a sinonimo di seduzione, di sensualità, di ‘pieno godimento della vita’, dove apparire è meglio di essere, dove la sembianza è superiore alla sostanza e dove l’esteriorità rappresenta il tutto. Una ridondanza, un’ostentazione del proprio corpo, del proprio essere. Un modus vivendi ed essendi da ricercare, da apprendere, da imitare. Vivere la vita a ‘pieno’, allora non è più il naturale desiderio di godere di ciò che la natura può offrire, assecondando le proprie aspirazioni, i propri bisogni o desideri, in un divenire continuo di crescita e conoscenza verso la pienezza dell’Essere, ma l’effigie di un corpo, la sua forma, ovvero la sua capacità di sedurre, di invogliare, di eccitare, in un gioco di specchi e di ombre riflesse, dove godere è eccedere e dove eccedere è usare e gettare. La lussuria non è, quindi, solo la manifestazione di qualche cosa di smodato, ma è determinata anche da ciò che è di parziale. Oggettivato e spersonalizzato il polo di attrazione erotica è il corpo, o parte di esso: tutto il resto è escluso, l’interezza è negata.

La lussuria, inserita nei vizi capitali, assieme a «gola, avarizia, ira, tristezza, accidia, vanagloria e superbia», viene additata da Aristotele fra gli «abiti del male», poiché al pari delle virtù, i vizi, attraverso il loro perpetrarsi modellano un ‘abito mentale’ che predispongono il soggetto a reiterare il comportamento, normalizzandolo e trasformandolo in abitudine. Difatti il vizio come la virtù è «una disposizione abitudinaria riguardante la scelta[3]». La virtù che si pone in antitesi alla lussuria è la temperanza, infatti, in questo contesto essa «consiste in una medietà in relazione a noi, determinata secondo un criterio precisamente il criterio in base al quale la determinerebbe l’uomo saggio[4]».

Seguendo sempre il ragionamento di Aristotele, la temperanza è il «giusto mezzo» tra l’intemperanza e la dissolutezza[5]. Essa riguarda innanzitutto la relazione con se stessi, il sapere stare nel «giusto mezzo» in tutte le proprie azioni, al contrario della lussuria, la temperanza è una virtù morale che permette di regolare con saggezza ed equilibrio il soddisfacimento dei desideri naturali. Per usare le parole di Cicerone «come ornamento della vita, la temperanza e la moderazione, vale a dire il pieno acquietamento delle passioni e la giusta misura in ogni cosa[6]».

Sta, pertanto, nella ricerca e nella scelta della «aurea mediocritas[7]», non traducibile con aurea di mediocrità, come la traduzione letterale nella lingua italiana parrebbe indicare, ma come la lingua latina impone aurea di moderazione o aurea via di mezzo, una regola d’oro, una via ottimale che passa attraverso il rifiuto di ogni eccesso o smoderatezza. Il «giusto mezzo», che libera l’Essere, dal ‘consumare’, l’atto sessuale, sotto la ‘tirannia’ psichica di un bisogno irrefrenabile permettendo così di godere appieno dei piaceri della vita assicurandosi, nel contempo, il dominio della volontà sulle pulsioni. Acquisizione di dominio che salvaguarda dal vuoto della ragione, dal vuoto del senso del limite, dal vuoto di amore.


  1. https://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/L/lussuria.shtml

  2. http://www.treccani.it/vocabolario/lussuria/

  3. Etica, Aristotele

  4. Idem

  5. http://ebook.scuola.zanichelli.it/grammatichedelpensiero/volume-1/aristotele/il-mondo-estetico-etico-e-politico/l-etica-e-la-filosofia-morale#824

  6. De officiis, Cicerone

  7. Le Odi, Orazio

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