Solitudine

 In Editoriale, N. 3 – dicembre 2017, Anno 8

«La solitudine può essere una tremenda condanna o una meravigliosa conquista» (B. Bertolucci)

In principio vi furono Adamo ed Eva, che persero i benefici del paradiso terrestre e furono condannati ad una vita di sofferenze per aver disatteso con il peccato la parola di Dio.

In principio vi furono gli uomini delle caverne, che impararono come la convivenza in gruppo garantiva maggiori possibilità di sopravvivenza: attraverso la collaborazione con altri individui diveniva più facile procacciarsi il cibo, proteggersi dai pericoli, organizzare il proprio habitat di vita.

Da un lato la separazione e la perdita, concetti che richiamano l’origine etimologica della parola solitudine (dal latino sollus, ovvero ‘intero’, ‘a se stante’, ‘che non è accompagnato da altri’) e l’atto del parto, veicolo di quella nascita che è al contempo perdita di uno stato (di unità) precedente ma anche inizio di una nuova e propria esistenza.

Dall’altro la necessità di aggregazione per migliori adattamenti di conservazione, una socialità che da allora ha strutturato il nostro modus vivendi attraverso l’istituzione di spazi abitativi condivisi, e favorito la disposizione di abitudini per lo svolgimento di attività di incontro, occupative e di svago. «L’uomo è un animale sociale», diceva Aristotele.

Da sempre, l’idea che la solitudine sia antecedente all’uomo ed abbia una drammatica valenza negativa, laddove l’essere o il sentirsi soli sia qualcosa da cui rifuggire.

Nella società odierna, nella quale la diffusione pervasiva delle tecnologie, attraverso chat e social network, consente di mantenere in ogni momento e ogni dove costanti contatti con i propri simili vicini e lontani, è difficile pensare che si possa soffrire di solitudine.

Eppure, stante un’indagine condotta nel 2008 da Astra Ricerche per conto di Telefono Amico Italia attraverso interviste telefoniche ad un campione rappresentativo di italiani adulti, essa viene riferita tra i primi indicatori delle «difficoltà della vita che danno un profondo disagio emotivo, psicologico, emozionale»: ai primi posti vengono citate alcune difficoltà materiali quali la disoccupazione e la precarietà lavorativa (89%) e la povertà (88%), seguite dalle difficoltà e conseguenze di alcune malattie fisiche e/o psichiche (81%), al terzo posto viene indicata la solitudine (80%), intesa come la mancanza di qualcuno che possa fornire aiuto in caso di necessità, il conoscere tante persone ma non ritenere nessuno un vero amico per potersi confidare, il vivere difficili rapporti interpersonali (anche con le persone più prossime, i familiari) ed il sentirsi emarginati e di non contare niente per gli altri.

Considerate le molteplici accezioni sopra indicate, si nota il rimando non ad una forma univoca bensì a diversi tipi di solitudini, tante per quante sono le esperienze e gli stati emotivi che ognuno può provare: la prigionia, la malattia, la perdita di una persona cara, la mancanza di sostegno tangibile; diverse esperienze, vissute in maniera ‘forzata’ in virtù delle circostanze della vita.

Certamente se non si tratta di una scelta personale, l’essere o il sentirsi soli può costituire un grave peso psicologico. Pertanto non stupisce che nella psicopatologia della depressione – tema cui è stata dedicata la “Giornata Mondiale della Salute 2017” – la solitudine sia il nucleo sintomatologico rappresentativo.

Il sentimento di solitudine non necessariamente implica la mancata presenza fisica degli altri accanto a noi: ci si può sentire soli anche quando si è circondati da tante persone, se non ci si sente capiti. Nell’indagine già sopra citata, il campione intervistato ha difatti indicato che se lo stato di solitudine tipicamente appartiene a chi è abbandonato a se stesso, gli anziani, i malati ed i poveri (83%), non è disconosciuta anche “ai giovani, a chi lavora e a chi ha famiglia” (74%), poiché la convivenza e la socialità non sempre implicano la possibilità di esprimersi e dialogare e di essere ascoltati, anche perché forte è il timore del giudizio sociale.

Tuttavia, a volte, a noi tutti insorge il desiderio di fuggire dalle città caotiche ed affollate, dai servizi tanto comodi ad ogni nostra esigenza, dai ritmi frenetici e dalle strade trafficate per rifugiarci in un angolo più tranquillo, dove da soli possiamo ritrovare una dimensione più ‘nostra’.

Si tratta di quelle solitudini volute e cercate, di quel paradosso che cerca di farci fuggire dalla solitudine vivendo in grandi città, per poi ritrovare noi stessi solo quando siamo soli.
«O beata solitudo, o sola beatitudo», diceva San Bernardo; «Imparare a sopportare la solitudine è una fonte di felicità», diceva Schopenhauer.

Da questo punto di vista, rispetto alla nostra lingua più valide sembrano le alternative di sfumature offerte dalla lingua inglese, che distingue con il termine loneliness il sentimento, e la correlata sofferenza, del sentirsi soli (quello stato di solitudine imposto dagli altri, che ci rifiutano, ci allontanano, non ci apprezzano), ma annovera una valenza positiva utilizzando il termine aloneness per indicare la consapevole accettazione della natura umana, che nasce solo (la separazione dall’unità originaria che comporta il nostro ingresso in vita) e muore solo (nessuno sarà con noi quando ‘passeremo a miglior vita’), ed ancor più utilizzando il termine solitude per indicare il raggiungimento di una propria autonomia psicologica, la soddisfazione di trovarsi in compagnia di noi stessi per conoscerci meglio interiormente. Per riorganizzare le idee, per cambiare atteggiamento se questi, stando con gli altri, ci fanno sentire soli.

La quiete di vivere con noi stessi ci consente di vivere meglio con gli altri. Le relazioni umane sono intense e complicate, ecco perché a volte dobbiamo allontanarci.

 

 

 

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