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Amore

 In Editoriale, N. 4 – dicembre 2014, Anno 5

«Non possiamo vivere solo in funzione di noi stessi. Mille e mille fibre ci congiungono ai nostri consimili; e lungo quelle fibre, a guisa di fibre congeniali, le nostre azioni scorrono come cause e ritornano a noi in qualità di effetti» (Herman Merville)

 

Amore, da sempre parola “magica” che seduce e incanta il cuore del genere umano. Dotata di grande potere evocativo offre vivide immagini mentali capaci di affascinare e agitare emozioni, richiamando alla mente gesta, sguardi, frasi di persone desiderate. «Amore non è altro che unimento spirituale de l’anima e de la cosa amata[1]».

Racconta il mito che l’amore si manifestò nel profondo dell’animo umano quando Zeus tagliò a metà la loro natura doppia. Uomo e donna uniti in un solo essere, dall’origine del mondo, non sopportarono questa divisione, tanto che nacque in loro il desiderio viscerale di ricreare la primitiva unità: nel tentativo di riformare l’Uno, le due parti si strinsero l’una all’altra, lasciandosi addirittura morire di fame pur di non separarsi. Allora Zeus, preoccupato per la loro estinzione, mandò nel mondo Eros affinché essi potessero ricostruire, attraverso l’attrazione sessuale, l’unità perduta. «Questo è il motivo per il quale la nostra natura antica era così e noi eravamo tutti interi: e il nome d’amore dunque è dato per il desiderio e l’aspirazione all’intero[2]».

L’Amore, quale emozione “primaria”, si configura come una struttura innata nell’essere umano. Esistendo come realtà ontologica esso non può essere spiegato come conseguenza di altri sentimenti o motivazioni, ma come processo di integrazione di istanze pulsionali ed emotive in grado di stabilire e mantenere legami interpersonali tra le persone. Descritto come «sentimento di viva affezione che si manifesta come desiderio di procurare il bene della persona amata e di ricercarne la compagnia[3]», esso può comprendere un’ampia varietà di sentimenti, che vanno da una forma generale di affetto, ad un forte sentimento di attrazione e attaccamento, ad una dedizione o inclinazione profonda nei confronti di qualcuno o di qualche cosa.

Per meglio definire queste varie sfaccettature della parola Amore i greci lo avevano distinto in:

Storgē (στοργή), amore legato alla consanguineità, alla famiglia. Espressione dell’amore naturale, richiede solidarietà fraterna, rispetto e fiducia.

Philía (φιλία), amore che sorge dall’amicizia, comprende la lealtà rivolta ad amici, parenti e alla comunità di appartenenza. Espressione dell’amore della mente richiede virtù e uguaglianza.

Erōs (ἔρως), amore connesso al piacere che conduce ed accompagna il desiderio sensuale. Amore per il corpo che aiuta a riconoscere la bellezza e permette la procreazione e il sussistere dell’essere umano.

Agápē (ἀγάπη), amore incondizionato, gratuito, sinonimo di slancio, entusiasmo, purezza. Per esistere non ha necessità di vincoli parentali, né di attrazione sessuale. Esso non è una forma di cortesia superficiale proveniente dalla buona educazione, ma di empatia nei confronti del prossimo. Espressione dell’amore dell’anima è dunque non solo un sentimento, ma un atto di volontà. Una virtù che dispone ad uno stato spirituale capace di superare l’Erōs, quale desiderio di possedere e appropriarsi dell’oggetto amato. L’Agápē permette di dire all’Altro Ti Amo (S’Agápō) e, quindi, di sperimentare il dono di sé, abbandono dell’amore dell’anima nell’amore dell’anima dell’altro, affinché l’Erōs possa approdare alla meta tanto anelata: possedere completamente l’oggetto amato, giungendo a infinita e totale soddisfazione. «La vera essenza dell’amore consiste nell’abbandonare la coscienza di sé, nell’obliarsi in un altro se stesso e tuttavia nel ritrovarsi e possedersi veramente in quest’oblio[4]».

Amore, dunque. Amore come motore fondante l’animo umano, come veicolo di contagio emotivo e gratificazione affettiva. Amore come sinonimo di Vita. Eppure questa importantissima, quanto semplice e naturale dizione è tra le parole più abusate e svilite nel nostro tempo. Ammaliati, spesso a propria rovina, più dalla suggestione della parola Amore che dall’impegno di amare, oggi molti sperimentano il “gioco” amoroso senza essere disposti a lasciarsi guidare dalle regole. Si, perché è impossibile sperimentare veramente l’amore se non se ne riconoscono i principi. Questi ci permettono di discernere e differenziare il sentimento dell’amore naturale (Storgē) legato alla consanguineità, dall’amore della mente (Philía) che sorge dall’amicizia e dall’intesa elettiva. Entrambe queste forme di amore necessitano di lealtà, fiducia, pazienza e perseveranza, doti invero che sembrano sempre più difettare nella sua pratica usuale. Ma ancor di più sembra non essere chiaro alla mente di taluni la differenza tra amore per il corpo (Erōs), e amore dell’anima (Agápē), e come questi, insieme, in perfetta sintonia, assicurano non solo la continuità della vita, ma il compimento dell’Essere. Tanto che verrebbe spontaneo dire: Amore grande sconosciuto.

Credersi innamorati è facile. Anzi è così facile che certuni ci riescono con regolarità. Questa passione, chiamata genericamente amore, in realtà è poco più di uno stimolo ghiandolare, carnale che, appena compiuto, consumato, perde il suo fascino, la sua forza, fino alla volta successiva. Soddisfare i sensi può risultare appagante, ma è ugualmente cosa semplice. Amare esige assai di più. Mente e spirito richiedono attenzione e promozione continue. A nessuna persona piace scoprire di essere soltanto un desiderio pulsionale dell’altro. Tutti vogliamo essere amati per le nostre qualità. Per questo l’Amore, principio di responsabilità e di impegno durevole, è composto da scelte consapevoli, da azioni concrete. L’Amore non muore mai di morte naturale. Muore per abbandono e negligenza. Muore per cecità e per indifferenza. Quando l’Amore muore è perché non è stato nutrito, rinnovato, ma trascurato, dato per scontato. L’Amore in definitiva, forse, non è un sentimento per tutti.

 


[1] Dante

[2] Simposio di Platone

[3] Enciclopedia Treccani.it

[4] Lezioni d’Estetica

 

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