Fiducia

 In Editoriale, N. 3 - settembre 2014, Anno 5

Il termine fiducia è presente nel vocabolario di molte lingue.

In italiano, così come nel francese confiance, nello spagnolo confianza ed in genere in tutte le lingue neo romanze, esso deriva la propria radice etimologica da fidĕre, ovvero “aver fede” (fidare, confidare), così ad indicare le speranze riposte in una persona o su un evento, sulla base di segni ed indizi meritevoli di positive valutazioni probabilistiche, se non di effettiva certezza. Altresì, l’atteggiamento richiamato dal termine può avere valore autoriferito, laddove si confidi nella presenza di doti proprie o di proprie possibilità: “ho fiducia di riuscire”, “ho fiducia nelle mie capacità”.

Viceversa, non univocamente viene riportato il termine nel vocabolario inglese, in cui figurano i sostantivi confidence (fiducia, confidenza), trust (aver fede) e faith (credo, promessa e garanzia, ma anche lealtà e fedeltà).

In tutti i casi, la disposizione emotiva di fiducia conferisce al soggetto che la ripone un sentimento di sicurezza e tranquillità, poiché nel proprio intimo egli sente che verrà soddisfatto e gratificato dall’investimento cognitivo ed emotivo affidati a quell’evento o ad una data persona, e ciò tanto al cospetto di questioni quotidiane che al cospetto di questioni più delicate e di responsabilità, per le quali il “confidarsi” e “l’affidarsi” si connota di ancor più elevata importanza.

Tant’è che, in quest’ultimo caso, la fiducia assume anche rilevanti implicazioni di natura giuridica: difatti, il “voto di fiducia” o “mozione di fiducia” del diritto costituzionale è la proposta di votazione mediante la quale il Parlamento approva o meno gli indirizzi politici del Governo; o ancora, la “fiducia testamentaria” del diritto civile è la disposizione tramite la quale un soggetto diviene beneficiario apparente del bene disposto da un testamento, con obbligo di trasmissione del bene stesso ad un altro soggetto che non può essere l’erede diretto del testatore.

Si tralascerà in questa sede l’accezione politica ed amministrativa poiché si discosta dal nostro ambito di riferimento, che viceversa desidera rimanere di natura psicologica, antropologica e sociale, laddove i correlati emozionali trasferiti dal termine si caricano di complessi significati che sono al contempo il frutto dell’esperienza personale (interiore) e di quella relazionale (condivisa).

Nell’Omelia in occasione della Santa Messa per la XIII Giornata della Pace (1 gennaio 1980), Papa Giovanni Paolo II si pronunciò sul tema dicendo che «La fiducia non si acquista per mezzo della forza. Neppure si ottiene con le sole dichiarazioni. La fiducia bisogna meritarla con gesti e fatti concreti», toccanti parole che sembrano porre la concessione di fiducia verso l’altro nella necessaria assunzione di responsabilità da parte di quest’ultimo al compimento di evenienze concrete.

Indubbiamente le relazioni umane non possono e non sono unicamente fondate su promesse orali, poiché, come si riferisce anche comunemente, “le sole parole, non bastano”. Servono quindi dimostrazioni concrete che possano avallare, si spera, ciò che viene promesso tramite il linguaggio verbale, pena la remissione della fiducia e, in molti casi, la perdita stessa del legame sociale.

Eppure, considerando che la fiducia non è unicamente un mero atto intellettuale, ovvero una decisione che il soggetto prende con se stesso “a tavolino”, solo in virtù di ragionamenti razionali, parafrasando l’antropologa Marianella Sclavi si accetta di considerare che, d’altro canto, «la fiducia è una costruzione sociale che implica rischio[1]», così richiamando un più intimo coinvolgimento emotivo nel tema qui discusso.

Venuti al mondo, tutti i neonati imparano a sopravvivere esercitando quella predisposizione organica originaria che li induce a fidarsi dell’altro, dell’adulto, affinché egli si curi del loro nutrimento e delle altre necessità primarie. La psicologia dell’età evolutiva insegna che, se le prime esperienze di vita sono di natura positiva, tra le varie acquisizioni veicolate da ciò che tecnicamente viene chiamato “Stile di Attaccamento Sicuro” (Bowlby, Ainsworth, Main), nel corso della crescita si strutturerà anche quel processo di acquisizione della disposizione alla fiducia attraverso cui si regoleranno tutti i futuri rapporti interpersonali.

Il carattere innato del vissuto della fiducia, tale per quanto sopra riferito, dovrà tuttavia trovare riscontro nel corso dell’esistenza, così da farne una dote acquisita, ed ecco che entra qui in gioco il concetto di “rischio”.

Difatti, fermo restando che né la disposizione di fiducia né il suo opposto, quella di sfiducia, detengono un valore assoluto di preferibilità positiva o negativa (ovvero fidarsi è buono, non fidarsi è male, o viceversa), è da tutti riscontrabile come l’una o l’altra scelta assumano il senso di un rischio che, solo col proseguire del tempo, troverà risposta. In altre parole, la fiducia viene ad essere riposta verso un evento o nei confronti di una persona che esistono nel tempo del presente, ma solo il futuro potrà confermare se tale era la disposizione più opportuna, soddisfacente ed efficace da attuare.

Eppure, poiché siamo nel campo delle relazioni interpersonali e/o più ampiamente sociali, si deve ammettere che parlare di presente può essere fuorviante, poiché la delimitazione temporale del cosiddetto “qui e ora” rischia di attribuire alle relazioni stesse un carattere di staticità che invece non si addice, poiché i rapporti evolvono, arricchendosi o impoverendosi, nel corso del tempo. Oltretutto, è nella ed attraverso la relazione interpersonale che la disposizione ad affidarsi all’altro viene maturata e si rafforza o meno, e per mezzo di tale relazione, di fatto, entrambi gli attori sociali traggono dei benefici emotivi interiori: colui che nutre fiducia, allorquando ottiene, in più occasioni e nel corso del tempo, riprova di averla ben riposta nell’altro; e colui che riceve fiducia, che costantemente si impegnerà nel proseguire ad esserne intestatario[2].

Eppure, in merito al coinvolgimento emotivo sul quale poggia le basi la disposizione di fiducia, si considera generalmente come esso si mostri maggiormente intenso nel soggetto che la veicola. Ciò forse in considerazione di una certa predisposizione al riconoscimento dell’ordine gerarchico, laddove risulti normale e legittimo fidarsi (ed affidarsi) a qualcuno cui si riconosce un ruolo d’autorità. Ad esempio, il figlio è predisposto a fidarsi del padre (dei genitori), poiché ne riceve l’affetto, le attenzioni e le cure.

Viceversa, meno naturale appare la concessione di fiducia dal “rango superiore” a quello “inferiore”, poiché il soggetto che ricopre quest’ultima posizione dovrà ancor più incrementare i propri sforzi per fornire dimostrazione di poter detenere la fiducia del superiore. Interviene infatti quel concetto di “lealtà” di cui si è fatto riferimento all’inizio: solo continue e costanti dimostrazioni di lealtà, che in sé implica altri notevoli costrutti psicologici (correttezza e coerenza, rispetto, dedizione e devozione, tanto per dirne alcuni), può garantire quella salvezza del legame sociale che argina l’attuazione della difesa di ritirarsi ognuno nella propria individualità.

Le relazioni interpersonali, tuttavia, non si possono discutere in termini di rango, nel senso che i vissuti interiori ed i sentimenti esulano dal considerare qualcuno superiore e/o inferiore all’altro in termini di “posizione”: affinché la relazione prosegua e progredisca, la condivisione deve essere comune, e l’investimento affettivo reciproco.

In definitiva, parlare di rischio non è sbagliato, poiché esso effettivamente c’è, ma a patto di considerare la sua presenza da parte di ambo le parti, in colui che dona ed in colui che riceve la fiducia. In tal senso, la fiducia è reciprocità.

Altresì, poco importa quale sia la tipologia di legame che lega i due soggetti coinvolti, ovvero se si tratti dell’ambito familiare, di quello affettivo o di quello professionale: la fiducia è sempre alla base del rapporto tra due individualità, e regola le loro condivisioni tramite ciò che ognuno di esse si porta dietro dalla propria personale esperienza.

Ad ogni modo, la fiducia deve transitare tramite il verbale e l’agito, pena la perdita di pienezza, di senso e di emotività, ed all’opposto foriera della dissoluzione del legame sociale.

In questo vale il detto “Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio” anche perché «Niente ferisce, avvelena, ammala, quanto la delusione. Perché la delusione è un dolore che deriva sempre da una speranza svanita, una sconfitta che nasce sempre da una fiducia tradita cioè dal voltafaccia di qualcuno o qualcosa in cui credevamo. E a subirla ti senti ingannato, beffato, umiliato. La vittima d’una ingiustizia che non t’aspettavi, d’un fallimento che non meritavi[3]».

 


[1] Sclavi M., L’arte di ascoltare e mondi possibili, Mondadori, Milano 2003.

[2] Perfranceschi L. & Zamarchi E., Ripensare la fiducia: un elemento centrale per la costituzione della Comunità di Pratica, in Rivista Italiana di Counseling Filosofico, Anno V Nr. 7, 2011, fonte telematica: http://www.sscf.it/images/Rivista%20Italiana%20di%20CF/Rivista%20Italiana%20CF%20numero%207%20-2011.pdf

[3] Fallaci O., Un cappello pieno di ciliegie, Rizzoli, Milano 2008.

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