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Come uccidere il padre. Genitori e figli da Roma a oggi

 In SegnaLibro, Anno 10, N. 1 – marzo 2019
E.Cantarella - Come uccidere il padre. Genitori e figli da Roma a oggi - Ed. Feltrinelli 2017

E.Cantarella – Come uccidere il padre. Genitori e figli da Roma a oggi – Ed. Feltrinelli 2017

«Per dare un’idea della complessità del problema basterà, qui, registrare le conclusioni alle quali, nei suoi fondamentali studi in materia, è giunto Paul Veyne , uno dei maggiori storici dell’antichità oggi viventi: a Roma, scrive Veyne, il parricidio era una vera e propria nevrosi nazionale. Non solo e non tanto per la diffusione di questo crimine, ma anche e forse soprattutto per lo stato d’ansia determinato nei figli dagli inconvenienti legati alla straordinaria forza e alla lunga durata dei poteri paterni» (Eva Cantarella).

Totem e tabu, mi verrebbe da dire citando il celebre saggio freudiano apparso a Vienna nel lontano 1913. Qui, nell’ultima fatica letteraria della Cantarella, il totem – entità naturale o soprannaturale dotata di significato simbolico per una persona, clan o tribù e rispetto al quale si sviluppa un senso di appartenenza per tutta la vita, giusta la definizione antropologica – è incarnato dalla figura paterna mentre il tabu altro non è che la soppressione fisica per mano della sua stessa discendenza: il parricidio, crimine efferato e ignominioso, per punire il quale gli antichi Romani si erano addirittura scomodati ad ideare un supplizio ad hoc, quello del culleus. Propriamente detta poena cullei, era una sorta di rivisitazione del «sacco», comunissimo contenitore di cuoio a tenuta stagna impiegato per la conservazione e il trasporto delle derrate alimentari, ora cucito intorno al corpo ancora in vita del parricida, per essere gettato in mare o nel più prossimo dei corsi d’acqua, unitamente ad un cane, un gallo, una vipera e una scimmia. Simbolismi dall’incontestabile potere evocativo, la cui chiave di lettura viene svelata dall’Autrice, che chiama in causa lo stesso Cicerone: «vivo, ma senza poter respirare l’aria del cielo; gettato in mare, ma in condizioni che non consentivano alle sue ossa di toccare la terra; sospinto dalle onde ma non lavato da queste, e infine gettato su una spiaggia ma senza che gli fosse concesso di trovare riposo sugli scogli». Straziato dalle bestie selvatiche, privato della sepoltura e, ancor prima, del contatto con aria, acqua e terra: rito purificatorio, che impiega un otre per impedire la contaminazione degli elementi vitali da parte delle spoglie di colui che si è macchiato del più grave dei crimini, la «trasgressione fondamentale, che mette in discussione l’ordine dei poteri: un padre non c’è più».

Crudeltà del supplizio e frequenza con cui veniva comminato: questi i caratteri della risposta sanzionatoria ad una condotta aberrante (quella del parricidio, appunto) tutt’altro che sconosciuta al mondo antico, anzi, particolarmente diffusa all’interno delle famiglie romane già a partire dall’età regia e fino alla stesura del Corpus Iuris Civilis giustinianeo. Forte del suo bagaglio di storico dell’antichità e del diritto antico, la Cantarella prende le mosse da una tesi che rimbalza, acritica, nel dibattito massmediatico attuale: quella, cioè, che attribuisce la disfunzionalità dell’istituzione familiare alla crisi contemporanea, «quasi che la famiglia, prima della modernità, fosse stata un luogo al riparo, o comunque meno esposto a incomprensioni, conflitti e disagi». Quale miglior pretesto, allora, di un viaggio a ritroso nei mores della Roma antica per testare la veridicità di tale affermazione? Una digressione, lucidissima e altrettanto documentata, che volge lo sguardo al passato per strizzare l’occhio al presente: risalire fino alle radici conflittuali della cultura familiare odierna, allorquando «al netto dell’esaltazione dei valori e della bellezza della vita familiare, visti – in particolare a Roma – come baluardo della saldezza dello Stato, le fonti offrono un quadro dei rapporti familiari che segnala grossi problemi e solleva non poche perplessità». Come a dire che le famiglie infelici sono sempre esistite e mi tornano alla mente, lapidarie, le parole dell’incipit dell’«Anna Karènina» di Tolstòj: «tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo».

Ma è un’infelicità che definirei strutturale (e, perciò, largamente condivisa) quella che ammorba il tessuto familiare romano, assumendo le sembianze della patria potestas, in nome della quale era consentito l’abbandono della prole in fasce – la pratica di tollere liberos, ovvero il gesto di sollevare il neonato alla nascita, il cui mancato compimento ne segnava inesorabilmente la morte – fino al ius vitae ac necis, potere assoluto di vita e di morte sulla propria discendenza, passando dai diritti sul corpo a quelli sulla vita personale e affettiva. Non per ultime le questioni economiche e la gestione del patrimonio familiare, la cui preclusione ai discendenti maschi ne impediva, di fatto, l’accesso al mondo adulto, alla società civile: altrimenti detto, alla vita della polis. A poco serviva l’escamotage del peculium – una sorta di argent de poche per sopperire alle esigenze della vita quotidiana generosamente elargito dal paterfamilias – a superare l’impasse dell’incapacità giuridica e patrimoniale: impossibile emanciparsi dal giogo paterno, dunque, se non anticipandone la dipartita. «Un tenore di vita non compatibile con l’appannaggio concesso dai padri, il ricorso al prestito di avidissimi usurai per soddisfare i debiti contratti e il timore di essere diseredati»: et voilà… il movente è servito! Da fine psicologa quale si dimostra, all’Autrice non sfugge la natura ansiogena e conflittuale che agita il rapporto genitori-figli fin dall’antichità: «una serie di circostanze e di fatti che ingeneravano un forte disagio legato, nei figli, all’inevitabile consapevolezza di vedere la morte del proprio padre (anche se rispettato e amato) in una prospettiva di libertà, e, nei padri, al pensiero che i loro figli, tutti e inevitabilmente, ivi compresi i migliori, non potevano scindere l’attesa del lutto dalla previsione dei vantaggi concreti che ne avrebbero tratto». Il riferimento a recenti fatti di cronaca nera non sarebbe puramente casuale.

Due gli innegabili punti di forza di un’opera che sa essere un saggio divulgativo destinato anche ai lettori più riottosi: l’analisi delle fonti documentali – acuta, precisa, puntuale, mai pedante, arricchita da una reinterpretazione degli istituti familiari arcaici in chiave moderna, che rende il testo vivace e accattivante – e l’argomentare mediante logica giuridica, stringente, serrato, persuasivo, che tradisce la solida formazione culturale dell’Autrice, immune, tuttavia, dalla tentazione di fare sfoggio di un’erudizione fine a se stessa. Una lettura scorrevole, a tratti ironica – vedi il concetto di «rottamazione» ad indicare quella crudelissima pratica sociale dell’antichità romana, consistente nella precipitazione dei vecchi nelle acque del Tevere al compimento dei sessant’anni di età – impreziosita da perle storiografiche: citazioni di documenti e fonti sconosciute ai più, che stupiscono per la loro sconcertante attualità. Basti pensare alla parentesi dedicata alla condizione della donna nella società romana che, passando in rassegna le colpe femminili – tra cui quella di aver bevuto vino, per alcuni secoli punita con la morte (sic!) – getta una luce sugli odierni femminicidi e, più in generale, sulle radici ataviche dell’asimmetria di genere e delle condotte violente ad essa associate. Un’occasione imperdibile per sfatare il mito di un’ipotetica «età dell’oro» dell’istituzione familiare: dalla ricostruzione delle sue tappe evolutive, attraverso un’interpretazione critica delle fonti che non disdegna frammenti della commedia e della satira del tempo, alla metamorfosi del ruolo del «padre padrone», con occhio attento all’osservanza e allo scarto tra regole giuridiche e comportamenti sociali. E ancora, dalla relatività dei sentimenti paterni e filiali al concetto di «amore asimmetrico» nelle sue declinazioni (Aristotele docet), per comprendere come l’amore romano tra generazioni fosse assai diverso da quello attuale: «un sentimento pacato, sereno, che univa i componenti della famiglia con legami differenziati in relazione ai ruoli familiari che questi occupavano».

Un’indagine dotta e approfondita della compagine familiare e dell’atavico scontro tra generazioni, alla ricerca dei «fili di continuità» che raccordano le problematiche attuali ad un passato solo cronologicamente lontano: controindicata per lettori superficiali e nostalgici incalliti.

 

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