Crimine e società nel Terzo Millennio

 In Crimine&Società, N. 1 - marzo 2021, Anno 12

«Lupus ovium non curat numerum»
(Virgilio)

 

La connotazione della criminalità in termini di «fatto sociale» risale alla definizione durkheimiana che riconosce il delitto come fenomeno di carattere generale presente in tutte le società, in un preciso stadio del loro sviluppo e, anzi, «parte inevitabile del tipo particolare di una struttura sociale»[1]. Non più un’occasionale aberrazione di taluni individui ma elemento costitutivo del tessuto sociale, ineliminabile, per quanto modificabile, nella quantità e nella tipologia, al variare dei fattori di contesto (Ponti, 1999). I fatti sociali sono modi di agire, di pensare e di sentire cristallizzati ed esterni all’individuo, tali da imporsi ad esso con potere coercitivo (Ioppolo, 2006): «riconosciamo un fatto sociale in base al potere di coercizione esterna che esercita o che è in grado di esercitare sugli individui; e riconosciamo a sua volta la presenza di questo potere in base all’esistenza di qualche sanzione determinata o alla resistenza che il fatto oppone ad ogni iniziativa individuale che tenda a fargli violenza»[2]. In tale prospettiva, i reati costituiscono fatti sociali in ragione della reazione sociale ad essi riconducibile, rappresentata dall’esistenza di norme giuridiche che prevedono una pena come conseguenza della loro inosservanza. Secondo la teoria mertoniana, il fatto sociale si impone agli individui poiché espressione di una specifica struttura sociale e il comportamento individuale si diversifica come risposta a determinate condizioni sociali (Ioppolo, 2006): «perché, qualunque possa essere il ruolo degli impulsi biologici, resta pur sempre da spiegare per quale ragione la frequenza dei comportamenti devianti varii in differenti strutture sociali, e come accada che in strutture sociali differenti le variazioni si manifestino in forme e modelli diversi»[3].

Già nella Francia del XIX secolo, Guerry (1833) e Quételet (1869) avevano condotto ricerche statistiche sulla distribuzione del crimine e sul nesso con le condizioni socio-ambientali. Dalla stabilità dei tassi di criminalità erano derivate conclusioni di carattere generale in merito a genesi e tipologie del fenomeno criminoso: i delitti sono prodotti dalla società e, in particolare, alti livelli di diseguaglianza sociale correlano con elevati tassi criminosi (Bandini et. al., 1991). È in un simile scenario che si diffondono le teorie della disorganizzazione sociale tardo ottocentesche, di cui Guerry, Quételet e Durkheim sono considerati i precursori. L’incremento della criminalità viene attribuito alla perdita di efficacia degli abituali strumenti di controllo sociale conseguente al mutamento degli status e all’instabilità da essa derivante, tradottasi nella frattura degli equilibri sottesi ai valori normativi e all’etica sociale (Ponti, 1999). Nel medesimo filone si collocano gli studi della Scuola di Chicago, che riconducono le cause della criminalità alle caratteristiche del gruppo di appartenenza (Barbagli, Colombo & Savona, 2003). Celebri i contributi di Shaw (1929), sulla teoria ecologica – così etichettata poiché identificava, all’interno di ogni agglomerato urbano (Park, Burgess & McKenzie, 1925), zone con particolari caratteristiche ambientali (povertà, eterogeneità, forte mobilità ed instabilità della popolazione) in cui risiedeva la maggior parte della criminalità comune – e quello di Sutherland (1934), che ipotizzava l’esistenza di organizzazioni sociali a prevalenza di modelli di condotta devianti, all’interno dei quali l’apprendimento delinquenziale avveniva mediante associazione interpersonale con individui abitualmente inosservanti delle norme giuridiche. Il ruolo criminogenetico del mutamento dell’assetto culturale era enfatizzato da Sellin (1938), che attribuiva alla partecipazione dell’individuo a due sistemi culturali differenti e coesistenti – quello del Paese d’origine e quello del Paese ospitante[4], dai valori sovente in contrasto tra loro – la causa di un conflitto normativo interno, foriero di disagio e incertezza, responsabile dell’esposizione del soggetto a forme di disadattamento sociale oscillanti tra la malattia mentale e la criminalità. Prima ancora, la Scuola Positiva di Sociologia Criminale, sorta nell’Italia ottocentesca (Ghezzi, 1987). aveva trovato in Turati il principale sostenitore della rilevanza dei fattori socio-economici nella genesi della criminalità (Barbano & Sola, 1985).

Nei decenni a seguire, nel panorama statunitense si affermeranno approcci privilegianti l’analisi delle spinte criminogene derivanti dagli squilibri della società moderna: a Merton (1968) si deve l’inclusione del fenomeno criminoso nella più ampia categoria del comportamento socialmente deviante, considerato come prodotto della struttura sociale, al pari del comportamento conformista. Il comportamento deviante nascerebbe dall’antinomia fra le mete propugnate culturalmente (benessere economico, ascesa sociale, ecc.) e la concreta possibilità di conseguirle attraverso i mezzi legittimi (a causa della disuguaglianza nelle opportunità di successo individuale, ecc.), da cui discenderebbero frustrazione, svalorizzazione e inosservanza della norma, responsabili di un incremento dei tassi di criminalità. In termini di depauperamento del valore della norma sul piano individuale si pone anche la teoria del controllo di Hirschi (1969), che interpreta la delinquenza come conseguenza della perdita dei legami tra il soggetto e le istituzioni. Il comportamento deviante sarebbe dovuto all’allentamento dei legami sociali, di cui la diminuzione di influenza della famiglia come agenzia socializzante, ed il conseguente maggior intervento delle istituzioni collettive di tipo educativo sul minore, ne sarebbe un tipico esempio (Bandini et al., 1991).

 

La globalizzazione e i fattori criminogeni

Alla luce dei contributi sommariamente richiamati, il quesito che pare lecito porsi è il seguente: è possibile impiegare gli assiomi delle teorie sociali della criminalità per interpretare i fenomeni criminosi contemporanei? Quali sono gli scenari della criminalità del Terzo Millennio? A tal fine, potrebbe rivelarsi utile l’impiego del modello Case Study per analizzare il rapporto esistente tra criminalità e globalizzazione, quale paradigma socio-economico attuale. Sebbene il concetto soffra la carenza di una definizione univoca (Ning, 2016), una locuzione comunemente accettata considera «la globalizzazione [come] la creazione di un grande mercato globale di beni, servizi e merci. Gli scambi di merci sono cresciuti enormemente […]. Le barriere doganali dei flussi finanziari e monetari sono molto ridotti. Le borse sono interconnesse. I fondi d’investimento possono muoversi senza ostacoli»[5]. Una visione sistemica la identifica quale processo capace di «comprimere» il mondo attuale (Robertson, 1992), di renderlo «più piccolo», creando un’interdipendenza tra i Paesi in passato sconosciuta (Rotman, 2000; Stiglitz, 2002).

La nozione di mercato globale presenta un’antinomia di fondo: per quanto lo stesso possa «essere considerato come una “redistribuzione” della ricchezza generata dal lavoro di tutti […] il fatto che si parli di ridistribuire non significa necessariamente che sia un processo giusto ed equo»[6]. Stime recenti rivelano che il 10% della popolazione degli Stati Uniti è in possesso del 66% della ricchezza nazionale, mentre il restante 90% ne possiede soltanto il 33%: una sperequazione finanziaria che genera dannose conseguenze a carico del tessuto sociale, provocando profonde divisioni di classe. Come a dire che non è più l’assetto economico a doversi allineare a un dato sistema di rapporti sociali, ma sono questi ultimi a doversi adeguare all’economia di mercato (Santoro, 2002). La regolamentazione della società diventa accessoria rispetto al funzionamento del mercato (Polanyi, 1944), tanto che lo Stato perde legittimazione a regolamentarlo: il mercato globale è, per definizione, fuori dal controllo dei singoli Stati (Santoro, 2002).

La globalizzazione provoca significative disuguaglianze a livello mondiale, responsabili di meccanismi di differenziazione e di polarizzazione intorno alle entità statuali economicamente e politicamente più forti, implicanti processi di inclusione/esclusione a carico di Paesi, gruppi sociali e individui (Del Re & Shekhawak, 2018). Secondo Bauman (2013), i due gruppi inclusi/esclusi rappresentano «due mondi», due differenti percezioni della realtà globale e due diverse strategie d’azione: gli «esclusi», in particolare, costituiscono terreno fertile per devianza e criminalità (Luhmann, 1998) e il proliferare delle attività criminali, soprattutto a livello internazionale, è provocato dalla globalizzazione (Del Re & Shekhawak, 2018, Laverick, 2016). Sono le politiche economiche neo-liberali, responsabili di un crescente gap tra i poli opposti ricchezza/povertà, a potenziare l’attrazione verso scelte devianti e criminose (Viano, 2010). L’apertura delle frontiere e la creazione della rete internet, vanificando i confini territoriali, hanno ridotto l’autorità statuale, favorendo lo sviluppo di un sistema di criminalità organizzata di natura sovranazionale, in grado di eludere le discipline di contrasto poste in essere dai singoli Stati (Laverick, 2016). Gli indicatori presenti in letteratura enucleano i fattori criminogeni della produttività e del consumismo, responsabili dello sfruttamento della forza-lavoro; dell’espansione del mercato globale della manodopera, cui è imputabile il traffico di esseri umani; della disparità salariale, alla base di disordini politici e sociali; dello sfruttamento delle materie prime, con conseguente riduzione in schiavitù e depauperamento delle popolazioni indigene; dell’incremento del commercio internazionale, cui è da attribuirsi lo sviluppo della criminalità organizzata transnazionale; degli squilibri di potere, a fondamento della c.d. criminalità dei colletti bianchi; della regionalizzazione economica degli scambi, principale causa di fenomeni terroristici ed estremisti (Viano, 2014).

 

Lo sfruttamento della forza-lavoro

Produttività e consumismo sono espressione immediata del capitalismo, modello economico dominante e indiscusso «motore della globalizzazione»[7], che impone una produzione massiccia di beni per soddisfare elevati livelli di consumo. L’incessante ritmo produttivo genera una competizione spietata a livello mondiale, che richiama un intenso sfruttamento della forza-lavoro per produrre il più possibile al minimo costo. Il mercato globale della manodopera giustifica il profondo legame tra la trasformazione della società e quella dei comportamenti che si realizzano nell’ambito delle organizzazioni aziendali (Balloni, 2013): «le aziende si trasferiscono seguendo i più bassi costi del lavoro e i lavoratori sono disponibili a spostarsi. Questa mobilità dei lavoratori dipende da molti fattori: culturali, finanziari, geografici; dal livello di bisogno e di necessità del lavoratore ed anche dal potere di attrazione del mercato lavorativo straniero»[8]. Dinamiche economiche siffatte sostengono un intenso traffico di lavoratori (Lanza, 2002), sovente sfruttati e sottopagati, la cui condizione di immigrati illegali (Bisi, 2009) li rende particolarmente vulnerabili a molteplici tipologie di vittimizzazione (Viano, 2014).

I lavoratori irregolari sono esposti a fattori vittimogeni specifici, come l’isolamento ambientale in cui molti di essi sono relegati (es. grandi piantagioni, lavori notturni), al quale si associano basso livello culturale, scarsa conoscenza della lingua, assenza di documenti di identità unitamente all’incapacità di denunciare gli abusi presso le Autorità del Paese ospitante. Le tipologie di reato spaziano dalla violazione dei diritti umani, economici, sociali e culturali fondamentali alla coazione, alla violenza fisica, emozionale e sessuale; dalle sevizie ai maltrattamenti, fino alla morte; di frequente riscontro anche la mancata adozione di misure di prevenzione e di protezione a tutela del lavoratore. Sono dinamiche criminose che si avvalgono di reti di complicità tra il Paese ospitante e quello di provenienza del lavoratore, dando luogo a connivenze strutturali, nel cui ambito gravitano vittime fungibili e, pertanto, facilmente rimpiazzabili (Viano, 2014). Il circuito della manodopera irregolare è alimentato dal traffico di esseri umani, gestito prevalentemente dalla criminalità organizzata che, negli scenari geografici del Mediterraneo, assume le vesti della mafia albanese (Balloni, 2013; Del Re & Shekhawak, 2018).

 

Il traffico di esseri umani

Della conduzione della tratta di esseri umani ad opera del racket albanese, fornisce un dettagliato resoconto la letteratura sul tema: «i gruppi hanno inizialmente gestito i macro-flussi di clandestini dall’area di origine, investendo massicciamente le coste italiane attraverso un sistematico e capillare network di raccolta, trasporto ed approdo (una vera e propria flotta di pescherecci, gommoni e motoscafi hanno conquistato il mar Adriatico sino a quando non sono state ‘militarizzate’ sia le coste montenegrine ed albanesi sia i tratti marittimi prospicienti). La gestione tanto efficace della tratta presuppone un elevato controllo territoriale per la collocazione della domanda e per l’esercizio intimidatorio relativo al riscatto del viaggio (sia diretto agli immigrati sia ai loro parenti rimasti in Patria) ed il contestuale ricorso a necessarie inferenze delittuose quali: falsificazione documentale, sequestro di persona, corruzione, sfruttamento della prostituzione e della manodopera in nero»[9]. Tali scenari accomunano i Paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo, con attori, modalità di reclutamento e contesti di sfruttamento delle vittime ampiamente sovrapponibili (Farsédakis, 2009).

Secondo le stime attuali, quello della prostituzione costituisce uno dei mercati più fiorenti ai quali avviare le vittime di tratta, coprendo il 58% circa del traffico complessivo (Luccitelli, 2015). Le donne integrano la categoria vittimologica maggiormente rappresentata, ammontando al 55-60% delle vittime totali, in prevalenza destinate allo sfruttamento sessuale; la componente femminile (donne, adolescenti e bambine) implicata nel «mercato del sesso» assomma al 75% del fenomeno. In crescita anche il traffico di minori, lievitato dal 20 al 27% nell’arco del decennio 2000-2009: si stima che il 10% delle vittime di sfruttamento sessuale siano bambini e i dati registrano un costante aumento. È un mercato flessibile, in cui l’offerta si adatta rapidamente alle esigenze della clientela (Luccitelli, 2015), sia per caratteristiche delle vittime – l’ultima frontiera è rappresentata dalle donne in stato di gravidanza, i cui nascituri sono destinati ad alimentare la pratica delle adozioni illegali o dei riti voodoo (Terlingen & Davidson, 2020) – che per contesto di sfruttamento (prostituzione di strada, night clubs, centri massaggio, ecc.). Gli Autori designano il fenomeno come «schiavitù contemporanea» (Vaz-Cabral, 2006), descrivendolo quale crimine disumano e degradante, che provoca la distruzione sociale della persona e la perdita progressiva della sua umanità (Farsédakis, 2009).

 

I disordini politici e sociali

«La realtà di una disparità crescente tra il cosiddetto 1%, che detiene il livello socioeconomico più elevato, e il 99%, rappresentato dal resto della popolazione, è innegabile e ciò rappresenta uno degli odierni problemi economici e sociali più seri»[10]. La sperequazione salariale si traduce in un differente potere d’acquisto a scapito delle classi più deboli, aprendo la via a disordini politici e sociali, favoriti da un clima di forte instabilità, cui non sono estranei vissuti individuali di frustrazione e disorientamento. D’altronde, l’inserimento all’interno di una comunità solida, unita e ben strutturata, stimolando nei soggetti il senso di appartenenza ad un contesto sociale rassicurante, si dimostra un efficace mezzo di contrasto rispetto alle spinte centrifughe e devianti, soprattutto per ciò che riguarda il mondo giovanile (Manson, 2010). Al contrario, gli odierni scenari di destabilizzazione socio-politica favoriscono l’insorgere di insurrezioni e movimenti estremisti (Vinciguerra & Iacobelli, 2016), parallelamente ad un incremento degli episodi di violenza domestica e intrafamiliare: recentissimi studi confermano, invero, come tempi di incertezza economica, disordini civili e catastrofi correlino con una miriade di fattori di rischio per l’aumento della violenza contro donne e bambini (Peterman et al., 2020).

 

La «maledizione delle risorse»

Fenomeno storicamente noto a partire dall’Impero Romano, la tendenza ad estendere il controllo su aree territoriali sempre più vaste – depredandone le ricchezze agricole, minerali e forestali per il commercio e il conseguente arricchimento di pochi – assume rilievo sul duplice versante delle conseguenze criminose e dell’impatto socio-ambientale. La riduzione in schiavitù dei nativi, per effetto della dipendenza dai Paesi colonialisti, si accompagna alle attività di occupazione e trasformazione del territorio (es. pratiche di deforestazione) prodromiche allo sfruttamento delle ricchezze naturali, con ricadute devastanti sul piano ambientale: si pensi agli interventi idroelettrici e minerari, con danni incalcolabili al sostentamento delle popolazioni riparie e all’ecosistema, da più fonti segnalate (Viano, 2014).

A ciò si somma la vulnerabilità dei Paesi con abbondanza di risorse naturali a forme conflittuali e di depauperamento (Collier, 2003), meglio nota come «maledizione delle risorse» (Auty, 1993), espressione con la quale si intende il paradosso secondo cui tali Paesi sconterebbero i limiti di una minore crescita economica e di un peggior livello di sviluppo rispetto ai Paesi privi di risorse (Sachs & Warner, 1995). Le ragioni a fondamento del «paradosso dell’abbondanza» sarebbero molteplici, ma principalmente riassumibili nella volatilità dei redditi derivanti dal settore delle risorse naturali, dovuta alle ampie fluttuazioni cui soggiacciono le quotazioni delle materie prime sul mercato globale (FMI, 2007); nella corruzione politica – i redditi derivanti dalle risorse naturali verrebbero, infatti, allocati presso politici corrotti, che occulterebbero le ricchezze nei «paradisi fiscali», a scapito di equilibrate politiche interne di crescita (Damania & Bulte, 2003) – nell’eccessivo indebitamento conseguente alle dinamiche espansionistiche, supportate dall’aspettativa (sovente disattesa) di un futuro incremento delle entrate derivanti dalla allocazione delle risorse naturali sul mercato internazionale; nella cattiva amministrazione governativa delle risorse (Auty, 1993). La conflittualità che affligge tali Paesi può essere alimentata da fazioni autoctone per la spartizione delle risorse (ne sono un esempio le lotte separatiste in Angola, terra ricca di petrolio), generando conflitti armati interni; viceversa, può essere la risultante delle mire di sfruttamento delle risorse da parte di Paesi terzi: recenti studi hanno, peraltro, evidenziato come l’accesso ai redditi delle risorse da parte dei Paesi belligeranti possa prolungare la durata dei conflitti in atto (Bannon & Collier, 2003; Le Billon, 2006).

 

La criminalità organizzata trasnazionale

Il processo di globalizzazione ha comportato un potenziamento delle tipologie criminose tradizionali, grazie alla facilitazione delle comunicazioni e dei trasporti a carattere transnazionale (Viano, 2014). Tra le fattispecie di reato maggiormente avvantaggiate si annoverano il transfer di fondi; il riciclaggio di denaro e le speculazioni finanziarie di Borsa e valuta; il contrabbando di armi e di risorse naturali; il traffico di stupefacenti, di flora e fauna protette. Uno sguardo ai Paesi del Mediterraneo consente di comprendere il fenomeno più dettagliatamente. A Marsiglia, principale porto della Francia, prevalgono il traffico di stupefacenti e lo sfruttamento della prostituzione. In rapida ascesa anche il riciclaggio dei capitali provenienti dall’attività di spaccio, dalla falsificazione di banconote e dai giochi clandestini. La Camorra napoletana, dedita al traffico di stupefacenti e al racket della prostituzione, non disdegna il traffico di armi unitamente all’estorsione e al contrabbando (Balloni, 2013). La capacità offensiva della Mafia siciliana è confermata dagli ingenti sequestri di armi, munizioni ed esplosivi: in particolare, il suo coinvolgimento nel traffico di armi si articola su due livelli, attinenti al rifornimento militare delle famiglie e ai grandi traffici nazionali e internazionali. Anche la ‘Ndrangheta calabrese, ottenuti cospicui guadagni attraverso i sequestri di persona, ha investito il suo patrimonio in attività redditizie come il traffico di stupefacenti e di armi, sfruttando le relazioni criminali con i Paesi dell’est europeo e consentendo alle cosche la costituzione di veri e propri arsenali (Gallitelli, 1999). La Sacra Corona Unita pugliese è dedita al traffico di stupefacenti che rappresenta, insieme al contrabbando, una delle principali voci del fatturato criminale, a cui si collega un crescente interesse per il traffico di armi e di esplosivi (SISDE, 2005).

Complesso il ruolo della Mafia albanese, che si avvale di strutture organizzative estremamente flessibili e funzionali sia al contrabbando di armi dirette verso l’Europa occidentale (Balloni, 2013), sia al traffico di ingenti quantitativi di hashish, destinati ai mercati di confine (Del Re & Shekhawak, 2018). Come è stato efficacemente descritto, «[…] coesistono, in rapporto di stretto mutualismo: organizzazioni mafiose, caratterizzate da un radicato controllo del territorio, da sistematiche pratiche collusive e da qualificate proiezioni ‘esogene’ attraverso cui assicurano lo sviluppo di attività illecite transnazionali […]; bande criminali, estremamente fluide e mobili sul territorio, dotate di elevata versatilità e spesso dedite ad attività serventi rispetto agli interessi dei sodalizi mafiosi […]; aggregazioni criminali, strutturalmente labili e legate da momentanei ed occasionali opportunismi illeciti […] La criminalità albanese media i caratteri tradizionali – evidenti nella rigidità disciplinare interna, nella clanicità, nella ‘chiusura endogamica’ che aumentano l’impermeabilità, l’affidabilità e la tenuta endogena – con elementi innovativi e moderni, quali la transnazionalità, l’imprinting commerciale e la cultura criminogena di servizio» [11].

 

La criminalità economica e finanziaria

Le conseguenze criminologiche degli squilibri alimentati dalla globalizzazione – alcuni Paesi impongono ad altri le «regole del gioco», forti di una sperequazione di potere contrattuale tra entità statuali asimmetriche (Viano, 2014) – si manifestano principalmente sul versante economico e finanziario, ossia nell’ambito della c.d. criminalità dei colletti bianchi, con ciò intendendosi quei reati commessi da una persona rispettabile e di elevata condizione sociale, nel corso della sua occupazione, implicanti un abuso di fiducia (Martucci, 2006; Sutherland, 1949). Il connubio funzionale tra economia legale e illegale (Martucci, 2006) è stato denunciato da tempo in letteratura: «[…] le organizzazioni criminali usano i proventi delle attività illegali per finanziare altri crimini o per monopolizzare affari leciti […] o per corrompere gli amministratori pubblici o anche i custodi del meccanismo legislativo. Perciò il crimine si considera come una parte funzionale del sistema della libera impresa, cioè un aspetto di quel continuum di cui l’altro capo è rappresentato dall’attività legale»[12]. Il processo di «infiltrazione» si manifesta tanto nel trasferimento di risorse dell’attività produttiva dall’economia legale alla sfera della delinquenza organizzata (Masciandaro, 2001), quanto nell’inserimento delle imprese criminose nell’economia legale (Martucci, 2006), coinvolgendo sia i Paesi in via di sviluppo, che possono trasformarsi in «paradisi fiscali» per attrarre denaro e garantirsi uno standard di vita desiderabile, sia quelli sviluppati, ai quali manovre finanziarie illecite possono consentire il mantenimento del monopolio finanziario e commerciale del mercato. Riguardo ai primi, sono di frequente riscontro illeciti come il riciclaggio di proventi derivanti dal traffico di stupefacenti, esseri umani, flora e fauna protette; negli ultimi, dominano i reati finanziari, nella forma della manipolazione dei mercati, del valore delle valute e della valutazione creditizia, ma anche pratiche corruttive nelle condotte manageriali (Ferone, Petroccia & Pitasi, 2018).

Invero, quello dei «colletti bianchi» è una dimensione troppo angusta per includere esaustivamente l’odierna criminalità economica e finanziaria (De Leo & Patrizi, 1999), nel cui ambito trovano spazio, accanto ai mercati illegali tradizionali (prostituzione, usura, estorsioni), i mercati illegali emergenti, ossia ecomafie e reati informatici: dipendenti dallo sviluppo della società industriale, si presentano oscuri, non quantificabili, caratterizzati da una forte mobilità internazionale. La graduatoria della rilevanza economica dei mercati illegali vede, in ordine decrescente, traffico di stupefacenti contrabbando, gestione illegale degli appalti pubblici, usura, gestione illegale dei rifiuti, frodi, estorsioni, furti e rapine (Petroni, 2014).

 

La criminalità del Terzo Millennio

Gli odierni scenari criminosi, pur riconoscendo le tradizionali fattispecie della criminalità violenta e predatoria, si arricchiscono di forme «non convenzionali», caratterizzate da sofisticati modus operandi, elevatissimo danno sociale e «rispettabilità» dei soggetti attivi (Luberto, 2007; Moschi, 2013): criminalità politica e terrorismo, posto che l’interdipendenza economica tra Paesi acuisce i conflitti e ne complica la risoluzione, aprendo la via ai gruppi terroristici ed estremisti che impongono la loro agenda (Parmentier, 2009); criminalità informatica, ambientale e delle imprese, accomunate dalla natura sofisticata delle fattispecie per competenze, reti organizzative e/o risorse tecnologiche necessarie per porle in essere (Martucci, 2016); criminalità organizzata trasnazionale; gioco d’azzardo; abuso di minori, soprattutto nella dimensione dello sfruttamento sessuale, anche online, nella recente veste del grooming[13]; traffico di organi, di esseri umani e criminalità degli attori sociali emergenti (nomadi, nuovi immigrati), in cui la necessità di sopravvivenza delle vittime si embrica con i poteri economici criminali strutturati (Biolzi, 2020). Si tratta di reati dalla dimensione trasnazionale per modalità e ricadute, ad elevatissimo danno economico e sociale in termini di vittimizzazione collettiva (Martucci, 2016), che contemplano la dimensione geografica quale fattore identificativo della «criminalità globale» (Del Re & Shekhawak, 2018), con specifico riferimento all’esecuzione della condotta di reato oltre i tradizionali confini territoriali (Karofi & Mwanza, 2006; Findlay, 2013).

 

Le conclusioni

Una SWOT Analysis[14] del processo di globalizzazione consente di evidenziarne i punti di forza – deregolamentazione, liberalizzazione, flessibilità, semplificazione delle transazioni sui mercati finanziari, immobiliari e del lavoro, diminuzione degli oneri fiscali – e debolezze, quali diseguaglianze tra Paesi, frammentazione sociale, violenze e conflitti, disastri ambientali e nuove forme di criminalità (Viano, 2009; 2014). Criminalità e globalizzazione danno vita ad un rapporto estremamente complesso, in cui modelli e dinamiche che rendono possibile ed efficace quest’ultima generano anche conseguenze collaterali negative, facilitando l’introduzione e la rapida crescita del numero di crimini internazionali (Viano, 2009). D’altro canto, la globalizzazione rende più facile la lotta contro il crimine grazie alla cooperazione ed al coordinamento degli sforzi in questa direzione (Viano, 2012).

Vero è che la realtà globale produce nuove forme di criminalità, oltre a riverberarsi su quelle già esistenti, tanto da richiedere nuove prospettive di ricerca e di innovazione nell’analisi e nella formulazione di teorie criminologiche adeguate al contesto della globalizzazione (Viano, 2014). È, pertanto, necessario, elaborare adeguati modelli teorici – trasversali, inclusivi e multifattoriali (Del Re & Shekhawak, 2018), sensibili alle rinnovate interazioni umane e ai mutamenti tecnologici – che consentano il corretto inquadramento delle condotte criminose contemporanee, nel loro pervasivo intreccio con i paradigmi relativi al vivere e all’agire degli odierni gruppi sociali.

 

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  1. Durkheim, É. (1897). Le suicide. Étude de sociologie, Paris: Alcan. Tr. it. (2003). Il suicidio. Studio di sociologia. Milano: BUR.

  2. Durkheim, É. (1895). Les Règles de la Méthode sociologique. Tr. it. (2001). Le regole del metodo sociologico. Torino: Edizioni di Comunità.

  3. Merton, R. (1968). Social Theory and Social Structure. New York: Free Press. Tr. it. (2000). Teoria e struttura sociale. Bologna: Il Mulino.

  4. L’elaborazione della teoria, che prese le mosse dall’analisi dell’imponente flusso migratorio verso gli Stati Uniti risalente ai primi decenni del secolo scorso, mirava a rendere ragione dell’alto tasso di criminalità degli immigrati europei, in particolare dei figli degli immigrati (c.d. di seconda generazione), rispetto ai quali il conflitto era inasprito dalla perdita del sistema valoriale della cultura d’origine a fronte della mancata assimilazione dei valori della cultura del Paese ospitante (Mantovani, 1984; Ponti, 1999).

  5. Viano, E.C. (2014). Globalizzazione e criminologia: sfide e opportunità per una criminologia di oggi. Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza, VIII (4).

  6. Viano, E.C. (2014). Globalizzazione e criminologia: sfide e opportunità per una criminologia di oggi. Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza, VIII (4).

  7. Viano, E.C. (2014). Globalizzazione e criminologia: sfide e opportunità per una criminologia di oggi. Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza, VIII (4).

  8. Viano, E.C. (2014). Globalizzazione e criminologia: sfide e opportunità per una criminologia di oggi. Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza, VIII (4).

  9. SISDE (2005). Mafia albanese in crescita: dal rischio di area alle grandi alleanze. Rivista italiana di Intelligence, XI (4).

  10. Viano, E.C. (2014). Globalizzazione e criminologia: sfide e opportunità per una criminologia di oggi. Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza, VIII (4).

  11. SISDE (2005). Mafia albanese in crescita: dal rischio di area alle grandi alleanze. Rivista italiana di Intelligence, XI (4).

  12. Balloni, A. (2013). Il contributo delle scienze criminologiche per la formazione degli esperti nel settore della sicurezza. Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza, VII (1).

  13. Adescamento di minori online mediante tecniche di manipolazione psicologica, volte a superare le resistenze della vittima e ottenerne la fiducia, per abusarne sessualmente (Ost, 2009). Si tratta di una condotta prodromica al traffico di minori, alla prostituzione minorile, alla produzione di materiale pedopornografico e di cybersesso, pratica consistente nel compimento di atti sessuali coatti ripresi tramite webcam (Carback, 2018).

  14. L’analisi SWOT è uno strumento di pianificazione strategica impiegato per valutare i punti di forza (Strengths), le debolezze (Weakness), le opportunità (Opportunities) e le minacce (Threats) di un progetto o di qualsiasi altra situazione in cui sia necessario adottare una decisione per il conseguimento di un obiettivo (Hill & Westbrook, 1997).

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