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Ignavia

 In Editoriale, N. 2 - giugno 2013, Anno 4

«Non ragioniam di lor, ma guarda e passa»
(Dante Alighieri, Inf. III, 51)

 

Disprezzati tanto dal Cielo quanto dall’Inferno di loro, nel mondo, non resterà traccia alcuna. Misere, tristi e indegne anime, «sanza ‘nfamia e sanza lodo», gli Ignavi restano imprigionati in un perenne Antinferno. Qui, «loro che mai non fur vivi» giacché in vita «rifiutarono sia il Bene che il Male», sono, senza speranza alcuna, costretti a «un’infima cieca vita da fa invidiare loro qualsiasi altra sorte». Condannati per l’eternità, ignudi, a rincorrere il “Nulla”. Torturati e vinti delle punture di vespe e mosconi mentre, sotto i loro piedi, orribili vermi succhiano il loro sangue mescolato alle loro lacrime. Neanche la terra deve serbar di loro il minimo ricordo.

Loro, gli Ignavi, sono «tanta gran folla di gente che aveva preferito l’annientamento»; “tanta caotica marea” che nella vita aveva indugiato nella pigrizia e nell’indolenza. Con indifferente negligenza e viltà non “si era adoperata né per il Bene né per il Male”, arrecando, in tal maniera, estremo danno alla società.

Ignavia. Ovvero “mancanza di volontà e di forza morale”, ma anche “indolenza o viltà eletta a norma di vita”. Attitudini e abitudini che, come “Abiti del Male[1]”, annichiliscono la volontà di azione. Commercio, quello degli “Abiti del Male”, ancora diffusissimo e in forte espansione. Indifferenza, negligenza e codardia paiano “demoni” che, in ogni tempo, dimorano nell’animo umano. Tanto da far temere che l’Antinferno dantesco, mai deserto, ma oltremodo affollato, rischi adesso di avere serie difficoltà di “accoglienza”. Silenti e vacui gli ignavi, oggi come ieri, si sottraggono dall’adoperarsi per il “bene comune”. Evitano, con accuratezza, di “sporcarsi le mani”, di prendere decisioni, di schierarsi. Con il loro comportamento facilitano il determinarsi della meschinità, della corruzione, del sopruso. Loro, per il vero, non si sentono per niente colpiti, implicati. Gli eventi accadano e basta. «La fatalità è la scusa che l’ignavia della non azione accampa a sua improbabile discolpa[2]». Scordando che «chi non punisce il male comanda che lo si faccia[3]». Consapevolezza interiore che implica il saper distinguere il giusto dall’ingiusto. Il “Bene dal Male”. Capacità oggigiorno tutt’altro che scontata.

Messa in soffitta perché considerata desueta e limitante la “vecchia morale”, cessa di esercitare la sua funzione di guida e orientamento nel mondo. Non informa più la coscienza su ciò che è giusto o errato. Eppure essa fin dall’antichità è stata identificata “in quei principi che caratterizzano la condotta umana”, che a sua volta influisce sulla collettività. Il che lascia intendere che l’uomo è responsabile dei suoi comportamenti poiché questi, nel loro insieme, direttamente o indirettamente, vanno ad “agire” nella società. La società poi immancabilmente, come in un gioco di specchi, condiziona attraverso il “costume e la consuetudine” il “carattere” e la “condotta” delle nuove generazioni. Fatto che ci riconduce alla natura intrinseca dell’essere umano, il suo esistere nel mondo e il percepirsi parte di esso.

L’uomo, essere sociale per elezione, ha necessità non solo di percepirsi parte del suo mondo, ma anche di orientarsi in esso attraverso “principi e regole definite di comportamento”. La morale, sotto questa luce, rappresenta, quindi, la “condotta diretta da norme”, la “guida secondo la quale l’uomo agisce”. Punti fermi che gli permettono di non smarrire se stesso e di non perdersi nel mondo. Se questo “faro” regolatore viene meno o viene confuso e disperso in mille rigoli, di opposte direzioni, ognuna delle quali percorribili in ugual maniera, l’uomo perde il suo “punto di attrazione”, il nucleo in cui catalizzare i propri obiettivi. Smarrimento che vedrebbe venir meno la sua volontà, fattiva e intenzionale, di determinare e orientare le sue azioni verso una direzione precisa.

Quando ciò accade l’uomo si ritrova prigioniero e aggrovigliato in un miscuglio di pensieri contraddittori che lo rendono incapace di padroneggiare la sua vita. Disordine e illogicità contorcono e distorcono la realtà ostacolando la determinazione delle azioni. La quotidianità, trasformata in deserto privo di valori e certezze, rende la vita amorfa, malferma, incerta. L’esistenza perde di scopo, di tensione e trascina in un vuoto senza fine. In quel vuoto trova spazio l’ignavia e la viltà, intesa anche come «bassezza morale, meschinità, assenza di valore, modestia di prezzo[4]». Il mondo si tinge di grigio, di inutilità. Un luogo da cui estraniarsi, tenersi lontano. L’insofferenza e l’indifferenza diventano la modalità normale di affrontare l’esistenza, uccidendo anche ogni prospettiva di futuro. Un ritrarsi dal mondo che corrisponde ad un sottrarsi alla vita.



[1] Aristotele

[2] Marino Tarizzo, Aforismi 2008

[3] Leonardo Da Vinci

[4] Alessandro Niccoli, Enciclopedia Dantesca (1970) Treccani.it

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