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Passione

 In Editoriale, N. 3 - settembre 2013, Anno 4

La Passione. Difficile definire, in modo univoco, un concetto così denso di sfaccettature e di implicazioni, eppure così comune e condiviso in quanto, si può dire, essa “muove ogni cosa”: «Con l’impegno fai quel che puoi, con la passione fai quel che vuoi», dice un vecchio detto popolare.

Usato nell’accezione comune di sentimento intenso, vivido ed incontrollabile, essa indica quella forza che attaglia il cuore ed il corpo divenendo al contempo origine, causa e risultato dello stato psichico e del comportamento individuale.

Chi è animato dalla passione è in preda ad un’emozione tanto forte ed intima che l’intera personalità ne è coinvolta: è la passione stessa a dar significato all’identità personale che, diversamente, non sarebbe uguale. Poi, poiché la volontà è da essa soggiogata, il comportamento segue l’emozione, rendendo impossibile l’intervento negoziatore della “Ragione”, della riflessione, del discernimento: in nessun altro modo si riesce ad agire, se non per come è comandato dalla passione. («Liberum meum ligavit arbitrium, ut, non quo ego, sed quo ille vult, me verti oporteat» – Dante Alighieri[1]).

Così la passione è quella spinta che consente di insistere nell’intento di raggiungere una meta, al di là delle avversità e degli ostacoli che si incontrano sul cammino («Per non assuefarsi, non rassegnarsi, non arrendersi, ci vuole passione. Per vivere ci vuole passione» – Oriana Fallaci[2]); è quella pazienza che consente al tempo di progredire nel suo corso, finché non avrà raggiunto “il momento” tanto atteso; è quel sentimento che traduce l’amore anche al cospetto della perdita («Amor, ch’al cor gentile ratto s’apprende, prese costui de la bella persona che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende. Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte che, come vedi, ancor non m’abbandona» – Dante Alighieri[3]).

Eppure, la parola trova la sua etimologia nel latino passio-onis, derivato di passus, participio passato di pati, “patire, soffrire”. Gli antichi greci la chiamavano “Pathos” (dal greco πάσχειν “paschein”, ovvero “sofferenza” o “emozione”), così da conferirle al contempo la natura del piacere e del patimento. Intrinseco nella natura della passione è il vivere nell’ambivalenza della gioia e del dolore: raggiunto l’obiettivo, infatti, e dunque soddisfatto quel desiderio originario che ha mosso alla sua ricerca ed al suo raggiungimento, incombe la paura della perdita, ed ecco che alla soddisfazione subentra il tormento. Un patimento che certamente è intimo, personale, ma allo stesso tempo esteriorizzato, coinvolgente l’ambiente sociale in cui il soggetto è inserito.

Per cui, poiché come diceva Goethe «Le passioni sono difetti o virtù, ma elevati di grado[4]», è la passione stessa a tracciare una linea di confine tra quella vivida inclinazione verso qualcosa o qualcuno, quel “primum movens” di ogni azione e di ogni interazione con l’altro, e la lesività stessa che in essa risiede.

L’inclinazione verso l’oggetto desiderato diviene dannosa allorquando non conosce “misura”, si potrebbe genericamente dire: quando la soddisfazione personale diviene un ostacolo nel riconoscimento dell’altro, e degli altrui desideri e bisogni; quando raggiungere il proprio obiettivo penalizza anche la libera scelta degli altri; quando la fissazione per l’oggetto della propria passione rende “vittime”, piuttosto che fortificare.

Gli articoli pubblicati in questo numero ci parlano di passione, qui orientata verso particolari oggetti, che sia uno sport o che siano i videogames. Ed al contempo, discutendo del modo in cui la passione supera di numero e di qualità la misura del “normale”, spiegano come sia doveroso cogliere l’allerta ed indagare – con spirito critico e risolutore, diremmo altrettanto “appassionato” – il fenomeno di cui trattano.

Altresì, in questo numero vengono espresse altre due forme particolari passione, stavolta attinenti all’ambito professionale: nel primo caso, laddove il proprio lavoro si rivolga alla presa in carico di sindromi complesse quali quelle autistiche, di cui è noto il forte carico emotivo per coloro che le vivono (il soggetto che ne è portare, certamente, ed i suoi familiari; ma anche i componenti del gruppo relazionale fra insegnanti e gruppo dei pari; ed ancora le varie figure professionali che intervengono nel loro trattamento).

Infine, piace concludere questo redazionale con una forma di passione, forse meno evidente al cosiddetto largo pubblico, ma ugualmente dotata di quella costante e profonda spinta di impegno di cui sopra si è discusso. L’Osservatorio Nazionale Abusi Psicologici (O.N.A.P.), di cui questa Rivista è Giornale Scientifico, compie 10 anni dall’inizio della propria attività. Nata con l’idea di promuovere, in ogni sua forma ed espressione, la salute psicosociale, essa si è sempre impegnata nella ricognizione delle richieste avanzate dal territorio al fine di giungere ad un’approfondita disamina delle problematiche di disagio e parallelamente contribuire all’individuazione di adeguate strategie preventive e di intervento. E non si può non cogliere, nel senso di questo lavoro, la presenza della passione. E allora “Buon compleanno, O.N.A.P.!”.



[1] Lettere al Marchese Moroello Marchioni Malaspina, in Torraca, “Giovanni Boccaccio a Napoli”, Rass. Crit. d. Lett. It., XX, 1915, p. 162

[2] Fallaci O. (2004), La forza della ragione, Rizzoli

[3] Divina Commedia, Inferno, Canto V, versetti 100-105

[4] Johann Wolfgang Goethe, Le affinità elettive, 1809

 

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