La Passione Molesta

 In Sul Filo del Diritto, N. 1 - marzo 2010, Anno 1

Nell’era del “voglio tutto, subito e a ogni costo” talvolta l’istintività prende il sopravvento sulla razionalità e questa tendenza comportamentale incide sul modus vivendi dell’individuo al punto da condizionare anche i suoi rapporti interpersonali. Lo stalking, infatti, è il risultato di un insieme di comportamenti impulsivi che caratterizzano il singolo nella sua interazione con gli altri.

Per comprendere quali sono i fattori che determinano e influenzano l’agire stalkizzante bisogna soffermarsi sul motivo, ossia sulla ragione che è alla base del movente, inteso come causa psichica della condotta umana, il cui valore o disvalore sociale è percepito in base alla capacità di giudizio morale, allo stato di coscienza del soggetto e a un complesso di principi cognitivi, emozionali e comportamentali (capacità d’intendere); ma anche in base alla possibilità del soggetto di scegliere e autodeterminarsi liberamente (capacità di volere).

Cosa può spingere l’individuo ad agire in maniera molesta?

La motivazione dello stalking si può desumere dal significato e dall’interpretazione dei concetti di amore e passione che giocano un ruolo centrale nel complesso meccanismo comportamentale umano.

L’elemento caratteristico dell’amore è l’altruismo: chi ama è contento del benessere altrui e vuole, in maniera incondizionata e gratuita, la serenità, la felicità e il bene dell’altro, senza alcuna motivazione utilitaristica-edonistica.

L’amore, forza fondamentale e fonte della creatività umana, è infinito in qualità e quantità; è multidimensionale e al tempo stesso integrale, coinvolge tutto l’uomo; è integrativo, avvolge ogni uomo. È, dunque, un sentimento non esclusivo né escludente, mira a preservare l’integrità e l’autonomia personale del partner per poi trovare la convergenza degli interessi individuali e la sua esistenza si basa sulla reciprocità di donare e ricevere (Sorokin, 2005).

L’amore-bisogno o l’amore-carenza sono il frutto di un sistema relazionale in cui gli affetti hanno un ruolo fondamentale e quanto più “l’amore” è non ricambiato, ostacolato o impossibile tanto più cresce la sensazione di malessere, una pericolosa fissazione che alimenta e al tempo stesso logora la vita di coloro che vedono l’altro sesso non come un soggetto d’amore ma come un oggetto d’amore.

Nella passione l’aspetto predominante è l’egoismo: chi vive questo intenso trasporto emotivo è spinto dal personale interesse individualistico di soddisfare, in maniera esclusiva e autoreferenziale, i suoi bisogni, le sue pulsioni e i suoi desideri. Spesso si verificano stati di simbiosi che ingenerano situazioni di dominio o di sudditanza in cui uno vive dell’altro: chi appare forte ha bisogno del debole per darsi una identità e viceversa.

La passione è un emozione che invade e domina l’attività psichica e il comportamento del soggetto, col tempo diventa un legame morboso o, ancor peggio, una dolorosa ossessione in cui si altera quel necessario equilibrio tra il dare e il ricevere, tra il proprio confine e lo spazio condiviso, e può trasformarsi in un’abitudine a soffrire fino a divenire una vera e propria dipendenza affettiva, un disagio psicologico (Bran, 2009).

Nell’epoca moderna, più che in altri periodi, l’individuo è alla spasmodica ricerca di sentimenti e spesso, per colmare quella sensazione di solitudine interiore e quel senso di insoddisfazione e inappagamento socio-esistenziale, sembra riversare compulsivamente le proprie emozioni sugli altri. Talvolta per alcune persone i comportamenti molesti e persecutori sono gli unici mezzi per attirare l’attenzione altrui verso se stessi, per manifestare il proprio interesse a un uomo o a una donna e per esprimere quella necessità interiore di amare e essere amati. Lo Stalking, quindi, potrebbe essere definito come quell’irrefrenabile attrazione per tutti gli atti passionali, assillanti, molesti e persecutori che chi prova “amore” commette verso il soggetto “amato” oggetto della sua ossessione.

 

Lo Stalking

Il fenomeno dello Stalking, altrimenti detto sindrome del molestatore assillante, ha cominciato a destare un certo interesse fin dagli anni ’80 (Gramolino, 2008), in seguito a episodi di molestia assillante perpetrati ai danni di personaggi di spicco dello Star System dello spettacolo e dello sport. Tuttavia studi epidemiologici hanno dimostrato che lo stalking si verifica con maggiore frequenza all’interno delle mura domestiche.

Il significato del termine stalking, celato dietro un gerundio inglese, letteralmente indica l’inseguimento furtivo di chi sta dando la caccia a una preda e etimologicamente deriva dal verbo inglese to stalk con l’accezione di fare la posta, braccare, cacciare in appostamento, mutuato dal linguaggio venatorio (Amore, 2009). La prima definizione della sindrome è dell’australiano Meloy (1998) che definì lo stalking come un comportamento ostinato di ossessivo inseguimento o molestia nei confronti di una persona che quindi si sente minacciata, mentre secondo Tjaden e Thoennes (1998) lo stalking si riferisce generalmente al comportamento molesto o minaccioso che un individuo adotta in maniera ripetitiva, come il seguire una persona, comparire in casa sua o nel suo posto di lavoro, compiere molestie telefoniche, lasciar messaggi scritti o oggetti, o danneggiare le proprietà della vittima.

Considerata la complessità delle condotte che connotano lo stalking risulta difficoltoso elaborare una definizione omnicomprensiva del fenomeno pertanto, nel linguaggio accademico vengono usate differenti definizioni scientifiche con l’uso di numerosi termini, recentemente impiegati nelle varie lingue per coprire l’area semantica dell’intrusione relazionale reiterata, invasiva, persecutoria e assillante, appartenenti a vari contesti come quello criminologico, psichiatrico, psicologico, sociologico e legislativo (AA.VV., 2009). Si parla di stalking, obsessional harassment, criminal harassment, obsessional following nella lingua inglese, di belaging in Belgio, di beharrliche verfolgung in Austria, di nachstellung in Germania, di fastidju a Malta, di forfolgelse in Danimarca, di dioxis e harcélement du trosiéme type in Francia (Davis, Frieze 2000).

La sindrome dello stalking vede come protagonisti:

  • l’autore della molestia o persecutore (stalker) che agisce con una spinta motivazionale polarizzata verso la rappresentazione assolutizzante della vittima designata in virtù di un investimento ideo-affettivo;
  • la vittima stalkizzata (stalking victim) che percepisce la pressione psicologica, legata alla coazione comportamentale del molestatore, come un rischio per sé e per chi la circonda.

Secondo gli studiosi Curci, Galeazzi, e Secchi (2003) si può parlare di stalking solo nel momento in cui si osservano una serie di comportamenti aggressivi, fastidiosi, insistenti, minacciosi, sgraditi, intrusivi e ripetuti che mirano alla ricerca di un contatto e di comunicazione nei confronti di una vittima che risulta turbata da tali attenzioni che generano un senso di preoccupazione e angoscia derivante dalla paura per la propria incolumità e, pertanto, vive in uno stato di allerta, di emergenza, di malessere e di stress psicologico.

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