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L’ascolto dell’abuso, l’abuso dell’ascolto: il caso di Marta

 In CaseHistory, N. 1 - marzo 2013, Anno 4

Tornando al momento dell’ascolto, dopo la breve fase di accoglienza degli adulti, la consulente ascolta Marta, mentre la collaboratrice si reca nella stanza da cui è possibile osservare il colloquio. La presenza della collega dietro al vetro è utile per diversi motivi: a) è un utile strumento didattico-esperienziale per la collega; b) costituisce una risorsa nel supportare l’Ufficiale di PG (e, laddove presente, il PM) ad esempio nel momento in cui si rendesse necessario intervenire tramite citofono per richiedere eventuali approfondimenti o domande aggiuntive;  c) permette un’osservazione esterna dell’ascolto così da fornire alla consulente un feedback e restituire un eventuale rimando in ordine ad eventuali errori commessi durante l’ascolto.

La specializzazione di chi effettua questa attività è un aspetto molto delicato che impone il possesso di alcuni requisiti formativi ed esperienziali fondamentali oltre che la conoscenza e comprensione approfondita delle finalità e della metodologia da utilizzare. Non si tratta di un intervento il cui fine è valutativo né terapeutico. Si tratta invece di un’attività specialistica la cui valenza clinico-criminologica ne riassume efficacemente i confini, così come le potenzialità. Un “buon ascolto” deve infatti poter garantire la protezione psicologica necessaria al bambino/adolescente (valenza “clinica”) e, parallelamente, rispondere all’esigenza investigativa di acquisire delle fonti di prova utili alla ricostruzione del fatto e all’eventuale individuazione del colpevole (valenza “criminologica”). Un colloquio ben condotto permette anche di avere una funzione psicologicamente “trasformativa” ovvero di rendere possibile che i “vincoli” dell’impatto con la giustizia si trasformino in occasioni di riduzione della vulnerabilità e di sviluppo di fattori protettivi come la resiliency e l’empowerment. Affinché tutti questi obiettivi vengano raggiunti, è necessario che venga adottata una metodologia scientificamente fondata e una competenza professionale specifica «centrata su alcuni fondamentali principi teorici e metodologici che orientano la scelta degli strumenti di indagine, le modalità operative, le finalità stesse dell’intervento» (De Leo, Patrizi, 2002, p. 104). La duplice finalità dell’ascolto di massimizzare le informazioni da raccogliere minimizzando le possibili fonti di stress al bambino e le possibili contaminazioni nel recupero del ricordo impone pertanto a chi conduce il colloquio di  possedere non solo delle conoscenze approfondite in ordine alla psicologia giudiziaria, alla psicologia della testimonianza e alla psicologia dell’età evolutiva ma anche di avere una preparazione consolidata nell’utilizzo di specifici protocolli di intervista investigativa. Questi protocolli di intervista sono in grado di ridurre le fonti di errore e le contaminazioni nel recupero del ricordo. Variano in relazione all’età, alle competenze specifiche delle persone da ascoltare, al maggiore o minore grado di strutturazione. Ad esempio, se l’intervista cognitiva è più specifica per adulti disposti a parlare e per bambini di almeno otto anni di età, di contro, l’Intervista strutturata e la Step wise interview risultano maggiormente indicate con bambini di età inferiore e prescolare (Caso-Vrij, 2009). Questi protocolli si articolano in diverse fasi orientate alla creazione di un clima di familiarizzazione funzionale a far sentire il bambino, la bambina o l’adolescente a proprio agio e, nel contempo, anche a favorire una narrazione libera dei fatti presumibilmente accaduti, utilizzando un linguaggio consono all’età e alle sue competenze (psicologiche, sociali e relazionali).

L’ascolto di Marta dura circa cinquanta minuti e viene articolato secondo precise fasi. Il protocollo utilizzato in questa situazione è quello della Step wise interview (Yuille et al., 1993). Lo stesso modula il colloquio e lo organizza sulla base di una serie di “passi” o “gradini”. La procedura ascolto si articola in sei fasi ben definite che vanno da un primo momento di costruzione del rapporto con la bambina in cui vengono introdotti degli argomenti neutri al fine di permetterle di rilassarsi e ambientarsi fino alla conclusione del colloquio e al congedo (in cui si ringrazia il bambino dello sforzo fatto e si risponde ad eventuali domande di chiarimento che la bambina è invitata a porre all’attenzione dell’esperto). L’iniziale fase di familiarizzazione consente anche a chi effettua l’ascolto di osservare la persona minorenne e di rendersi conto delle sue caratteristiche cognitive, linguistiche e relazionali, così da poter modulare la conduzione del colloquio in base ad esse. Tra la prima e l’ultima fase, il protocollo prevede l’introduzione dell’argomento di interesse lasciando lo spazio alla libera narrazione dell’evento e, solo successivamente, prevede di effettuare delle domande mirate e gradualmente sempre più specifiche. Questa prassi deve anche prevedere l’utilizzo di domande aperte, non inducenti e non suggestive, seguendo una metodologia che coniuga le conoscenze attuali sullo sviluppo dell’età evolutiva con le tecniche di memoria che possono facilitare il ricordo di particolari episodi di un evento abusivo e potenzialmente traumatico. Durante l’ascolto, viene spiegato alla bambina, con le dovute accortezze linguistiche proprie di una bambina della sua età, il setting – inteso come l’insieme di aspetti e caratteristiche che definiscono il dove (cioè il luogo in cui avviene l’ascolto e la strumentazione utilizzata come il vetro unidirezionale, il citofono, il microfono e la telecamera, etc.), con chi (“chi siamo e chi c’è dall’altra parte del vetro”: ad esempio, rispetto al “chi siamo” a Marta e in generale a bambini così piccoli ci si presenta come “una persona che aiuta i bambini e lo ascolta se hanno qualcosa da raccontare”) e perché (definisce la cornice di senso dell’ascolto) ci si trova in quel contesto (nel caso di bambini che hanno raccontato qualcosa ad un genitore, come nel caso di Marta, si può spiegare il motivo del colloquio dicendo che la mamma ci ha raccontato una cosa che l’ha preoccupata e si chiede alla bambina di raccontarci cosa è successo).

A partire dalla norma n. 66 del 1996, molti sono stati i dibattiti, le novità normative e le linee di indirizzo metodologico condivise a livello scientifico da esponenti della dottrina giuridica, psicologico-giuridica e psichiatrico-forense per rinforzare la disciplina dei procedimenti concernenti presunte situazioni di sfruttamento e abuso sessuale nei confronti di bambini, bambine o adolescenti che costituisce da tempo uno dei punti dolenti del nostro processo penale poiché l’impianto probatorio di questi procedimenti si fonda spesso sulle sole dichiarazioni delle presunte vittime e/o testimoni minorenni. La recente legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote (Legge n. 172/2012) tenta di intervenire in questa direzione rendendo obbligatoria da parte delle procure della repubblica la nomina di esperti per supportare durante le indagini l’ascolto delle prime dichiarazioni di bambini e adolescenti: «1-ter. Nei procedimenti per i delitti previsti dagli articoli 600, 600-bis, 600-ter, 600-quater, 600-quater.1, 600-quinquies, 601, 602, 609-bis, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies e 609-undecies del codice penale, la polizia giudiziaria, quando deve assumere sommarie informazioni da persone minori, si avvale dell’ausilio di un esperto in psicologia o in psichiatria infantile, nominato dal pubblico ministero» (art. 351 comma 1-ter c.p.p.). Prima che venisse ratificata in Italia la Convenzione siglata a Lanzarote nel 2007 le cose erano molto diverse, non solo perché lo stesso coinvolgimento dei tecnici era facoltativo (e non obbligatorio come oggi) ma anche e soprattutto perché era lasciato alla discrezionalità della polizia giudiziaria che, nel caso avesse valutato opportuno il suindicato coinvolgimento, avrebbe provveduto direttamente alla nomina dellausiliario (art. 348 comma 4 c.p.p.). Detto ciò, molte sono ancora le modifiche auspicabili a livello normativo e nella prassi giudiziaria per assicurare il rispetto della duplice esigenza di tutela per le vittime e per il procedimento. Innanzitutto, sarebbe necessario intervenire affinché venisse garantito fin dalla raccolta delle prime dichiarazioni di bambini e adolescenti l’utilizzo di procedure adeguate e metodologie riconosciute. Il legislatore, rendendo obbligatoria la presenza di una figura esperta nella raccolta delle sommarie informazioni di vittime minorenni non interviene, però, su come debbano essere raccolte queste fonti di prova, né interviene nella considerazione di una eventuale nullità di queste dichiarazioni nel caso si riscontrassero degli errori (come ad esempio l’utilizzo di domande suggestive o inducenti).

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