L’Uomo tra Rito Sacrificale e Patto Sociale

 In Sotto il Segno del Culto, Anno 11, N. 3 - settembre 2020

Al fine di comprendere l’argomento proposto è necessario analizzare la derivazione etimologica della parola “Vittima”. Questa rimanda senza alcun dubbio alla pratica dei riti sacrificali antichi ed in particolare alla figura principale di tali riti che nel tempo è stata semplicemente indicata come “capro espiatorio”.

L’origine materiale della condizione vittimale risiede dunque nella presenza di un soggetto che pur se innocente viene caricato dell’ingiustizia e della sofferenza provata da altri al fine di essere immolato, sacrificato, per mezzo della pratica sacrificale, il cui scopo è legato intimamente alla catarsi e alla divinità.

Il sacrificio, ovvero “rendere sacro” assume dunque al tempo della sua origine una particolare e complessa funzione: trasferire da uno o più soggetti ad un altro la sofferenza e le colpe percepite, al fine di liberarsene nel ben preciso contesto di un rito sacro, nel quale questi moti psichici vengono esorcizzati.

La pratica sacrificale si è sempre collocata esattamente sul confine delle due principali dimensioni di ogni società, quella sacra e quella profana, essendo tanto un rito religioso quanto una funzione pubblica, il cui scopo a livello relazionale era, parafrasando E. Durkheim ne “La Division du travail social” (Durkheim, 1960), riappacificare la coscienza collettiva precedentemente turbata.

Si parla di un’epoca in cui “Stato e Chiesa” erano un’unica, indivisibile, entità relazionale, la cui origine sta nelle società tribali, fondate sul totemismo, i cui fondamenti psichici vennero introdotti da S. Freud nella celebre opera “Totem e Tabù” (Freud, 1918), nella quale considera l’origine della società e socialità umana.

Tale origine è da ricercare in una serie di processi psichici ed emotivi, sui quali si fonda il taboo, che hanno portato alla costruzione di un simbolo: la figura della divinità totemica, o semplicemente, il Totem.

Il taboo, il cui significato etimologico è “divieto sacro”, si basa su un’ambivalenza la cui stabilità è estremamente precaria, e che si risolve al momento dell’istituzione del vincolo relazionale primigenio, ovvero il Patto Sociale ampiamente discusso da T. Hobbes ne “Il Leviatano” (Hobbes, 1955).

In particolare, il Patto Sociale si traduce in uno schema di relazioni che rappresenta il mezzo attraverso cui il Rito Sacrificale, inteso come evento psichico legato al totem, collega le interazioni umane al loro scopo.

L’archetipo psichico della socialità

Questo scopo è l’essenza di un meccanismo psichico ed emotivo il quale risiede nell’inconscio di ogni essere umano, quasi ne rappresentasse un archetipo strutturale, che riunisce verso un’unica direzione quelle cariche e quegli impulsi che al loro stato “istintivo” e “naturale” non potrebbero essere conciliati: questi sono da un lato, la spinta ad agire incondizionatamente nel proprio interesse, al fine di sopravvivere e mantenere il proprio personale benessere una volta che questo è costituito, accettando il rischio e la possibilità di poter entrare in conflitto con un altro essere umano nella medesima situazione. Dall’altro lato la percezione che rende ovvia la scomodità e la potenziale pericolosità della situazione precedente, e che spinge a trovare una mediazione tra gli impulsi individualisti.

Il risultato dell’unione in un’unica monade di questi due meccanismi sta nella generazione della concezione che vede la cooperazione come mezzo necessario per raggiungere pacificamente la prosperità collettiva.

Quando questa monade viene proiettata al di fuori dell’inconscio, venendo resa manifesta tanto all’individuo quanto a tutta la collettività, viene fusa con la data e specifica espressione della divinità, di modo che possa essere da tutti allo stesso modo: comprensibile; identificata in una forma ed in un nome; rispettata; venerata; resa eterna; e soprattutto le viene legittimata la prerogativa di dirigere e l’azione umana attraverso la legge del culto e la sua pervasività psichica.

Attraverso questo percorso, l’uomo si dota di un obiettivo che rimane sempre e costantemente presente ai suoi occhi e che ne orienta le azioni individuali e collettive, agendo in risposta alla costante richiesta di conferma rispetto al dubbio sulla giustezza e convenienza di fondo di tali azioni e relazioni.

Quell’obiettivo, poiché nato internamente a lui, ma perché venne in seguito proiettato al di fuori, come immagine e caratteristiche proprie del divino, lo guida e lo ispira da una dimensione esterna che sente risuonare positivamente nel suo profondo, stabilendo la definitiva nascita della religione e della percezione della presenza attiva e vincolante della divinità, che presiede all’ambito sacro del Rito Sacrificale ed insieme vigila sul mantenimento della stabilità di quello profano rappresentato dalla codificazione del Patto Sociale.

Il Totem come sistema relazionale

Questo è il Sistema Totemico, che a seconda del grado di sviluppo della data struttura relazionale ha la possibilità di modificare la sua forma, tanto nel sacro quanto nel profano: da sistemi relazionali molto rigidi e totalizzanti, attraverso le progressive e costanti interazioni tra Rito Sacrificale e Patto Sociale, ed in virtù della funzione della figura centrale della vittima, la quale diventa il simbolo presente e manifesto della sofferenza dello stato di natura originario che fu superato con l’istituzione del Totem, il sistema si evolve dando origine a società più sviluppate e rispondenti alla forma descritta tanto da E. Durkheim con la solidarietà organica, quanto da T. Hobbes con il Leviatano.

Della mutevolezza del rapporto tra sacro e profano e della complessità dei rapporti tra uomini e tra uomo e divinità è data testimonianza simbolica nei testi sacri, allorquando in seguito ad azioni umane traumatiche per gli stessi, si modifica “l’Alleanza”, ovvero il tipo di corrispondenza che vige tra Rito Sacrificale e Patto Sociale internamente al Totem ed internamente alla psiche umana, le quali risuonando e riconoscendosi l’una nell’altra, risultano tanto nel mutamento sociale quanto nel mutamento della divinità stessa e del rapporto tra questa e l’uomo.

È dunque questo il mezzo che l’uomo ha per diventare egli stesso, in quanto Natura Umana, il suo Totem, il suo Dio. Tuttavia, se uno dei due pilastri del sistema rimane indietro o non riesce ad adattarsi all’evoluzione dell’altro, si mette in moto un processo di regressione che porta alla delegittimazione del Patto Sociale ed alla impossibilità di riconoscere il sacro come coerente con il contesto profano, con il quale (ancora per poco) si trova costretto a coesistere.

Tale avvenimento porta il sacro a rendersi invisibile e non più percepibile dall’uomo, il quale, man mano che il processo regressivo avanza, finisce per non riconoscere più la divinità e la necessità della sua influenza sulla vita sociale, collettiva ed anche individuale.

Nel concetto di Totem espresso in questi termini si cerca allora un filtro interpretativo della realtà contemporanea, così come di quella antica, volendo ricercare nella stessa natura relazionale umana quelle risposte sostanziali alle domande ed incertezze della nostra epoca, nella quale l’uomo pare essere immerso in quel drammatico vortice di contraddizioni che, secondo quanto esposto nel presente lavoro, precedono il collasso del sistema.

Le distorsioni del Totem, ovvero della società contemporanea

Ora che il significato e l’interpretazione del simbolo totemico sono stati chiariti, è possibile comprendere i moti e le istanze all’origine della complessa e tristemente perversa situazione vittimale e soprattutto vittimogena propria della società contemporanea, che vede le due polarità, quella sacra e quella profana, annichilirsi progressivamente a vicenda, da un lato allontanando la civiltà umana dal suo scopo, e dall’altro lasciando l’uomo a sé stesso nel compito di fronteggiare, metabolizzare e comprendere uno stato di sofferenza che aumenta esponenzialmente e che, allo stato dell’arte non è e non sarà possibile fronteggiare, metabolizzare e tanto meno comprendere o superare.

La ragione, metaforicamente parlando, sta nel fatto che del rito sacrificale si è perso il rito ed è rimasto il sacrificio, il quale, lasciato solo, non ha alcuna funzione se non quella di togliere significato alla morte ed alla vittima, principi che già di per loro non hanno, come si è visto, una semplice concettualizzazione.

Allo stesso modo, del patto sociale, si è perso il sociale ed è rimasto il patto, che preso da solo, può anche non rispondere al carattere della necessità strutturale: in altri termini, il patto senza il sociale perde quella sua necessaria legittimazione.

Una volta che il legame sociale (Totem) smette di essere percepito come un Dovere ed un Diritto Strutturale Assoluto, e si chiude nel vortice destrutturante del relativismo teorico e retorico, esso si può dare per esaurito, questo perché il Totem è una struttura tanto potente quanto fragile, la quale funziona pienamente o non funziona affatto.

Essa funziona quando è vissuta come scopo ideale da un lato e come mezzo applicativo dall’altro, permettendo dunque l’associazione delle coscienze individuali e la manifestazione di quella “coscienza collettiva” altrimenti agente subconsciamente, che prende la forma di un motore la cui forza aumenta esponenzialmente fino a liberare l’uomo dalle sue dicotomie interiori, mostrando e dimostrando all’uomo l’ovvietà di fondo della necessità di cooperazione e del riconoscimento puro.

Essa non funziona quando anche solo leggermente le due componenti del suo essere si distanziano, allontanando la tendenza alla perfezione dall’intenzionalità umana a livello collettivo e dunque dalla struttura relazionale umana, che si ritrova vuota di scopo, “senza motore”.

Questo accade quando il linguaggio sacro e quello profano si discostano e si rendono incomprensibili l’uno all’altro, riaprendo la strada a quella progressiva tendenza alla prevaricazione, proveniente dalla perdita della motivazione alla base del concetto di cooperazione, che risiede fondamentalmente nelle risposte che diamo ogni giorno alle domande che chiunque si è posto prima o poi nel dialogo interiore con sé stesso: “Chi me lo fa fare?”; “E cosa mai me ne viene?”; “Ma non posso farlo anche da solo?”; “Mi interessa davvero il suo punto di vista?” “Perché mai dovrebbe riguardarmi il suo problema?”; “Cosa vuole da me?”…

La risposta che il simbolo totemico, nel suo senso più puro, da è “No! Non posso farlo da solo”, “Si! Ho bisogno di te e del “noi”!”, e questo perché, secondo tale prospettiva, l’Uomo non si esprime attraverso singoli distinti perché rimangano tali, ma perché si riuniscano, al fine di compiere qualcosa, che è poi il “Mistero” ultimo e primo della divinità e della funzione che questa ha a livello psichico per l’uomo attraverso il taboo: risolvere l’ambivalenza raggiungendo quell’istanza che era divenuta oggetto e scopo della proiezione, ovvero rendendo nulle le distanze tra impulso all’ottenimento della sopravvivenza-prosperità e necessità di limitarsi per contenere il conflitto.

Lo scopo del Totem è dunque quello di far ottenere all’Uomo la prosperità (proiettata sulla divinità come perfezione indefettibile e potenza totale al fine di essere vista e presa ad esempio, che è come condensare in un’unica ed intensissima monade psichica tutte le migliori qualità umane perché diventino l’ideale stesso dell’umanità) e mostrare come questo sia fattibile attraverso la riunione delle istanze nel nome di quell’interesse che è comune a tutti, il quale ad un momento non precisato della storia umana, forse al suo esatto inizio, fu proiettato sull’idea di Dio.

La consapevolezza di ciò e la strutturazione di un sistema sociale e relazionale volto a questo scopo sono la traduzione in senso reale, “sistemico”, di tale complesso costrutto simbolico, espressosi da migliaia di anni attraverso i miti, i culti ed i riti di ogni popolo che si sia mai considerato tale su questo mondo, il cui concetto di base è riassumibile con: Dio è relazione; l’Uomo può essere relazione; l’Uomo deve diventare Dio.

Senza lo scopo originario espresso dal Totem, ora non più visibile dalla sua stessa manifestazione, avviene la pericolosa associazione di significati che porta ad accorpare e rendere sinonimi il “ruolo sociale rispetto al sistema” e le istanze proprie dei membri che compongono l’organo del corpo sociale a cui il ruolo è riferito.

Per cui ad una progressiva erosione dei legami sociali, sempre più delegittimati, corrisponde l’inasprirsi ed il radicalizzarsi delle istanze dei membri dei singoli organi, e per forza di cose la pervasività e l’influenza delle istanze di quei gruppi sulle istanze degli altri gruppi sarà tanto più forte quanto più è forte e dotato di potere strutturante il ruolo del loro organo nel sistema.

In termini più chiari possibili, all’aumentare della tensione sociale e relazionale, aumenterà il grado di delegittimazione della struttura da parte dei “governati” da un lato, e dall’altro aumenterà il grado di “stringenza” e di rigidità degli organi più “pervasivi”, ovvero i gruppi governanti, dunque conflitto e despotismo.

Dal Totem alla Vittimologia

A questo riguardo, la percezione che Richard Quinney (1980), pare avere del sistema in cui si trova a vivere, è proprio caratterizzata da conflitto e despotismo: in questo contesto la sofferenza della vittima diventa, secondo la sua prospettiva, lo strumento attraverso cui legittimare l’incremento della stringenza sul sistema da parte dell’organo governante, meccanismo che ha l’effetto esattamente contrario, poiché più il governo della cosa pubblica diventa rigido ed espressione dell’interesse di uno solo (o pochi) tra gli organi, più la percezione della mancanza di riconoscimento aumenta nelle vittime, la sofferenza delle quali rimane inespressa a livello sistemico, e dunque resta impossibile da totemizzare.

Quest’ultimo passaggio è espresso quasi nei medesimi termini da Garland ne “La cultura del controllo” (2004), testo nel quale l’autore percepisce e va a definire da un lato il problema della strumentalizzazione delle istanze dei gruppi e tra i gruppi, al fine “di portare ognuno quanta più acqua possibile al proprio mulino”, situazione che rappresenta una pericolosissima prossimità di significati e significanti con la figura dello stato di natura, nel quale se non vi è prevaricazione in senso stretto, vi è comunque sfruttamento reciproco, nella totale assenza di scopo comune.

Dall’altro lato, la vittima si trova a perdere quasi totalmente il suo ruolo di fulcro della manifestazione dell’istanza totemica violata, e poiché il Totem non è visibile dai membri e dagli organi del Patto, questo va a ricercare tale fulcro nell’unico altro elemento della relazione vittimale: il reo, il quale viene rivestito di tutta l’attenzione sistemica.

Questo porta ad una discrasia di intenti molto dannosa per il mantenimento della coesione del Totem, la quale si esprime nel concetto che vede in ogni grado di pietà verso il reo uno sgarbo incalcolabile verso la vittima, ed in ogni decisione che tenga piuttosto conto del dolore provato dalla vittima, un atto di crudeltà verso il reo.

Ciò che viene a crearsi è una sempre più percepibile dissociazione tra l’ideale della Legge e le conseguenze concrete della sua applicazione.

Il concetto sta dunque nella presenza di simboli totemici che non trovano riscontro nella realtà relazionale a cui sono riferiti, ma che continuano a pervadere la forma della realtà istituzionale, irrigidendo il Patto da un lato, e dall’altro allontanandolo dall’uomo, di fatto amplificando ulteriormente quella già congestionante tensione psichica ed emotiva generale.

Al fine di comprendere a pieno queste complesse intersecazioni e corrispondenze simboliche, si presti attenzione a quanto segue. Quando la vittima viene a rappresentare l’unica manifestazione visibile del taboo infranto in un sistema relazionale non in grado di riconoscere l’influenza e la presenza del Totem da cui esso muove le sue determinanti psichiche, allora la società – ovvero il Patto – non è in grado di riconoscere l’origine della sofferenza della vittima; non solo, non è neanche in grado di comprendere la necessità di farsene carico e di tentare di riappacificare le cariche psichiche ed emotive mosse dal turbamento al taboo: “Ma è un problema suo, mica mio?!”.

I cicli della totemizzazione

Se poi si considera che durante il processo regressivo del Totem, in cui questo è diretto al collasso, la collettività (Stato-Totem-Patto) perde lo scopo (il divino proiettato) verso cui tendere, e che quello scopo richiama a sé l’attenzione attraverso la sua manifestazione strutturale, che è la vittima stessa, ne consegue un ciclo perverso di continua e persistente incomprensibilità reciproca che si rende infine strutturale, che è il seguente.

La vittima concentra su di sé la carica psichica ed emotiva proveniente dalla violazione al Totem-taboo. La vittima la esprime alla collettività attraverso la manifestazione della propria sofferenza. Il sistema-collettività avverte la richiesta di attenzione, ma non riesce a comprendere la necessità della vittima di richiedere l’intervento collettivo. Intanto il turbamento si è traslato indirettamente sul sistema – che diventa il “vaso” in cui si riversa l’istanza della vittima – il quale si appropria di una carica psichica di cui non comprende né origine, né scopo. Ciò provoca di riflesso nel sistema il tentativo di rispondere a tale carica, ma poiché il lato sacro del Totem si è trovato già da tempo ad essere delegittimato, manca lo scopo collettivo da utilizzare come metro di comprensione del problema (ovvero la tendenza alla prosperità collettiva assoluta espressa dal Totem-taboo originario); per cui il sistema si appropria della carica negativa dissociandola da quella espressa dalla vittima o dalla sua categoria/gruppo/organo, lasciandola sola e proseguendo il suo percorso di risoluzione del turbamento attraverso l’organo giudicante, il quale reagisce scaricando la carica del turbamento sul colpevole (abbiamo qui il “Sacrificio”), senza però rappresentare, identificandovisi. Nel mentre la figura della vittima, che si vede scorporata della sua funzione di tramite (abbiamo qui la negazione del “Rito”).

Dissociandosi dunque rito e sacrificio, viene a mancare il vero e proprio “Rito Sacrificale”, per cui non si giunge alla catarsi della sofferenza della vittima, che rimane portatrice di un’istanza, il dolore, che non vede sublimazione, ovvero, che non si “totemizza”. Il sistema, o più propriamente quegli organi del sistema su cui la carica si era riversata e che avevano l’autorità ed il compito di ponderarla e scaricarla, “vanno avanti”, avendo adempiuto al protocollo di gestione del problema secondo la regola formale stabilita dal Patto, senza comprendere che il punto non era nella forma del Patto – che può mutare, ed ha solamente fini applicativi – ma in ciò che il Patto, in quanto Civiltà Totemica (o Leviatano), rappresentava: ovvero comunione, relazione ed interdipendenza. La vittima dunque rimane ciò che è oggi in molti ordinamenti normativi, ossia “parte eventuale”, e non fulcro, con la conseguenza che questa si trova ad aver mantenuto quell’intensa carica psichica ed emotiva che avrebbe dovuto spalmarsi e scaricarsi sulla coscienza collettiva, della quale rimane solo una fragilissima calcificazione che è la “legge formale” (e non sostanziale). La vittima porta istanze che non è più in grado di trasmettere perché il sistema ha già agito in sua vece. La carica non totemizzata inizia a questo punto ad auto-alimentarsi, risultando in spirali di rancore e nella percezione da parte della vittima di non essere riconosciuta, cosa che incrementa la distanza tra “l’organo ferito” (si rapporti al Leviatano) ed il resto del corpo sistemico. Da qui l’autorità del Patto (Stato) viene a delegittimarsi progressivamente presso tutte quelle vittime (più distesamente presso tutti gli organi che vivono di volta in volta la percezione di tale misconoscimento) che vivono lo stesso “iter”, poiché questo non viene più considerato capace di rispondere alle istanze di coloro che rappresenta e soprattutto di coloro che lo hanno formato al suo principio. Il sistema si riempie indirettamente di tensione psichica ed emotiva, attraverso tutte le vittime non totemizzate al suo interno, tensione che viene compresa e riconosciuta solo all’interno del proprio organo di riferimento; per cui si possono vedere più categorie sociali che esprimono ad altre le loro istanze, ma falliscono nel riconoscersi reciprocamente come portatrici dello stesso principio, che dovrebbe essere ciò che qui si definisce come: sofferenza totemica collettiva. A causa dell’estrema intensità di questa tensione, la comunicazione dei singoli e dei gruppi (organi) viene compromessa, fino ad esaurirsi.

La disgregazione sociale, la mancanza di coesione e di senso di comunità prende il sopravvento e il sistema comincia ad essere percepito come una struttura cieca, sorda e non in grado di adempiere alle funzioni per cui fu creata, venendo progressivamente delegittimato e considerato come un insieme di vincoli, restrizioni, obblighi e divieti dei quali non viene percepito il ritorno positivo sui componenti lo stesso sistema. Intanto che questo processo è in atto, le mancate totemizzazioni aumentano, e il sistema non vedendo la vittima si concentra sul colpevole, che è ora l’unico soggetto “visibile” della relazione vittimizzante. Ne consegue un orientamento istituzionale del sistema volto a comprendere l’origine di quella tensione attraverso lo studio e l’intervento sul colpevole (in senso più strettamente punitivo o più orientato alla riabilitazione). Lo spostamento dell’attenzione dalla vittima al reo causa ancora più tensione negativa nella vittima, che si sente sempre più delegittimata e lasciata a sé stessa. Il motivo di ciò è che il fulcro del problema non è nella figura del reo, ma nella vittima: se infatti il sistema continua a totemizzare il reo e a sacrificare la vittima, invece che sacrificare il reo e totemizzare la vittima, questo ciclo continuerà ad alimentarsi, ed il motivo sta nel fatto che il Totem ed il taboo reagiscono e funzionano attraverso la vittima ed il suo dolore – che diventando il dolore di tutto il sistema (di tutto il Leviatano), si scarica, totemizzandosi (ovvero tornando al Totem tramite esaltazione e catarsi) – non attraverso il colpevole, che ha invece la funzione di far ragionare ed evolvere il sistema aggiornando progressivamente il concetto di devianza rispetto alla norma. In altri termini, il sacrificio senza rito, ovvero la punizione senza scopo collettivo, è solo altra vuota violenza.

Se dunque il sistema di gestione del dolore continua secondo tale ciclo, ora esplicitato, si ritrova ad essere proiettato verso il suo collasso, che appare come un “suicidio strutturale”, con effetto simile a quello di un’implosione.

Il ciclo ideale della totemizzazione, tendenzialmente più “breve”, che è quello proprio di un sistema totemico sviluppato, privo di distorsioni a livello strutturale, e soprattutto tendente alla sua risoluzione, è molto diverso, ma agli occhi dell’uomo contemporaneo non risulterebbe neanche comprensibile, poiché sono venuti a mancare i presupposti psichici e proiettivi che avrebbero legittimato a livello istituzionale la sistemicità del relativo Patto, o Totem.

Il turbamento, infatti, dovrebbe partire dal taboo; esprimersi attraverso la vittima, che rappresenta il fulcro attraverso cui si manifesta lo scopo – sacro e strutturale insieme – del Patto-taboo che viene minacciato; diventare del sistema e della vittima insieme, poiché questi sono espressioni della stessa natura, tendenti quindi allo stesso scopo; risultare nel riconoscimento istantaneo e nella reazione dell’organo giudicante che rimanda al Totem la sofferenza percepita e riconosciuta come propria da ogni membro del sistema (abbiamo qui la figura completa del “Rito Sacrificale”); dunque, attraverso l’avvenuta catarsi, tutto il sistema ha vissuto il turbamento come proprio, lo ha compreso e lo ha sacrificato (totemizzato): riconoscendo il danno, trattandolo ed infine scaricandolo, ristabilendo la tranquillità originale, o più propriamente, ri-creando un “terreno” adatto allo sviluppo di una nuova tranquillità.

L’esempio più immediato di tale concetto può essere quello di una rete elastica che risponde nel suo complesso al contatto con un corpo estraneo, scaricandone la vibrazione su tutto il suo sistema di intrecci, e non lasciando che la vibrazione, derivata dal contatto, muova (o disturbi) solo un segmento, cosa che sarebbe impossibile proprio a causa della natura elastica di quella rete.

La percezione del dolore e il dramma dell’Unicità apparente: il Diniego

Quelle appena illustrate non sono le uniche manifestazioni che ricorrono durante il processo di regressione dell’impianto totemico che porta al suicidio strutturale.

Se infatti le precedenti hanno la loro rilevanza sul piano relazionale, vi sono alcuni altri spunti da considerare, al fine di condurre a conclusione il presente lavoro, che hanno un’attinenza più prettamente cognitiva, i quali si esplicitano sugli immaginari e sulla strutturazione dei meccanismi psichici che contribuiscono a creare i filtri interpretativi attraverso i quali la società e la sua funzione vengono comprese dai suoi componenti, siano questi singoli individui o gruppi.

Si è parlato in precedenza del principio secondo il quale ci si trova a fare i conti con gruppi ed individui dalle istanze divise all’interno dello stesso corpo sociale, che a causa della distorsione e regressione dell’intera struttura, accrescono progressivamente la loro carica psichica ed emotiva negativa, in ragione del fatto che questa non viene scaricata e totemizzata dalla struttura collettiva.

Si è poi detto come questo valga per ogni gruppo in tale situazione ed al momento medesimo, rendendo in tal modo lo Stato/sistema sociale/Patto, un organismo sull’orlo dell’implosione, poiché la conseguenza dell’intensificazione degli stati psichici ed emotivi negativi è nell’inasprimento delle istanze dei gruppi e dei singoli, che possono trovarsi in contrasto tra loro, a seconda dei relativi interessi o aspettative, portando dunque il sistema ad un grado progressivamente sempre più critico di conflitto, despotismo e misconoscimento reciproco.

Se si affrontano questi ultimi argomenti seguendo la prospettiva di Jeffrey C.Alexander e Stanley Cohen, rispettivamente in “La costruzione del male. Dall’Olocausto all’11 settembre” (Alexander, 2006) e “Stati di negazione. La rimozione del dolore nella società contemporanea” (Cohen, 2002), si troverà più di un elemento utile.

In particolare Alexander introduce i concetti di “Routinizzazione” ed “Istituzionalizzazione”, con i quali indica il processo cognitivo che porta alla progressiva normalizzazione del sentimento negativo, fino ad essere percepito e trattato come una caratteristica propria del sistema relazionale.

Questo concetto risulta estremamente coerente con quanto illustrato in precedenza, venendo a rappresentare la conseguenza di quel critico rapporto tra le istanze che tentano di manifestare e far riconoscere lo stato vittimale in cui il dato soggetto (o gruppo-categoria) si trova.

Poiché questo rapporto assume sempre più i caratteri del conflitto – dato che il sistema si trova infine a dover dare la precedenza ad uno piuttosto che all’altro, per semplice esigenza di sopravvivenza –, si rende impossibile per i vari gruppi arrivare a percepire come propri il dolore e le istanze dell’altro – benché questi provengono dall’unica causa che è la regressione del Totem, il quale riflette la percezione delle violazioni attraverso le vittime relative via via, e dunque siano espressione di un’unica reale sofferenza – a causa appunto del sistema relazionale che non permette, a livello strutturale, questo riconoscimento reciproco.

Si origina allora quel ciclo vittimogeno perverso sopra descritto, che man mano che si autoalimenta con le pressioni inascoltate dei loro portatori, giunge al collasso.

Parte della causa di questo tragico fenomeno è da ricercarsi nelle modalità attraverso le quali si esplica la richiesta, che poi diventa pretesa ed esigenza, di riconoscimento collettivo. Questo poiché il Totem si è scorporato, e dunque il suo scopo originario (la riunione sostanziale degli uomini) non è più percepibile, non vedendo il suo dolore riconosciuto, sacrificato e totemizzato dalla collettività attraverso l’organo decisionale, inizia a percepire il suo dolore e la sua istanza come Unici, ovvero dotati di una propria dignità autonoma dalla percezione altrui, dalla quale finisce unicamente per pretenderne l’accettazione ed un riscontro collettivo formale, che essa scambia per richiesta di riconoscimento.

Si tenga presente che questo avviene non per un gruppo/soggetto/categoria per volta, come disposti in fila, ma tutti contemporaneamente, cosa da cui deriva una confusione senza pari. Un gran bel disastro, verrebbe da commentare, soprattutto se si considera che quelle istanze entrano in costante competizione tra loro, finendo per ridursi in un drammatico rapporto di reciproca prevaricazione a causa della loro percepita unicità che segna la definitiva impossibilità di comunicazione del messaggio originario.

Da qui si arriva con estrema facilità alla negazione ed al diniego – coscienti e volontari o meno – della sofferenza altrui, teorizzati da Cohen nella sua opera, che è una fonte pressoché inesauribile ed alquanto disturbante di esempi concreti di tale catastrofico rapporto.

Non solo, poiché la pervasività di queste istanze sulla struttura va rapportata al grado di vicinanza tra struttura del Patto e gruppo di riferimento, vi saranno gruppi che avranno tanto il potere quanto l’interesse di strutturare una loro idea “corretta” di vittima, strutturando interventi ed edificando, anche mediaticamente, tale figura per poi proiettarla come unica e “pura” sul resto della collettività, sfruttando e strumentalizzando senza alcuno scrupolo tale figura ed il suo dolore per i propri interessi.

Ora, se ci si sforza di rapportare tutto questo all’esempio precedente della rete elastica, identificando con essa il Totem-Leviatano-Patto Sociale, si avrà un’idea molto precisa di quanto accade al taboo originario nella sua accezione di archetipo psichico collettivo: il totale congestionamento del sistema, tanto relazionale quanto coscienziale.

Ed è a causa del potentissimo effetto di risonanza che tutto questo dolore diffuso e generale si riversa sul taboo originario inconsciamente, determinando la definitiva separazione e scorporazione del Totem, il quale letteralmente, muore, sciogliendo lo scopo della sua originaria proiezione sulla divinità dell’ambivalenza psichica, per cui si perde la percezione della necessità del “vivere insieme uniti dal medesimo fine”, e prima o dopo si ricostituisce lo stato di natura da cui tutto era partito.

Un simile ciclo rende impossibile sacrificare la sofferenza e totemizzarla, dunque risolvere e “raccontar-e/-si altrimenti” a livello psichico ed emotivo i periodi più bui della storia umana recente.

Il risultato, in ultimo, è la totale delegittimazione dell’intero impianto relazionale umano tale quale è ora.

 

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