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Il rispetto

 In Editoriale, N. 1 - marzo 2016, Anno 7

Il rispetto è certamente uno dei valori della vita. Su di esso trova fondamento la serenità ed il benessere sociale, sanciti dai rapporti interpersonali tra i singoli, dall’apprezzamento per l’operato di istituzioni, enti e servizi, e non per ultimo dalla tutela per l’ambiente, la natura e le cose che sono e fanno parte del contesto in cui si vive.

Esso conferisce garanzia di mantenimento e continuità di trasmissione delle tradizioni morali e culturali, considerandone l’origine etimologica nel latino respectus derivante da respicere ovvero “guardare indietro”, che così richiama a quel senso di deferente riguardo verso un passato che è strada maestra per poter meglio guardare al futuro.

Esso accorda appagamento personale, energia al proprio operato e pienezza ai sentimenti di autostima, nel giusto equilibrio che intercorre tra il rigido orgoglio e la più nobile umiltà.

Le accezioni definitorie del vocabolario in primo luogo richiamano ad un sentimento ed un atteggiamento di consapevolezza, riconoscimento e stima verso ogni “essere” altrui, i suoi diritti, i modi di fare e le scelte adottate.

In tal senso, il rispetto avrebbe un prerequisito in quell’intima disposizione al modo di “guardare” all’altro che, come molti altri valori morali, dovrebbe acquisirsi nel corso della prima età evolutiva osservando, imitando ed anche personalmente godendo del modo in cui le primarie figure di accudimento ed educative mostrano nelle loro interazioni. In altre parole, già le prime interazioni familiari del rapporto genitori-figli costituiscono il terreno fertile all’acquisizione ed all’insegnamento del valore del rispetto, e maggiore risonanza esso può assumere se tale rapporto gode di reciprocità, ovvero se viene contemporaneamente fondato su quel senso di riguardo che i giovani vanno a mostrare verso l’adulto (genitori, nonni, insegnanti) – nella loro qualità di essere fonte di saggezza, esperienza e memoria storica – ed anche riconoscimento da parte degli adulti del carattere e della spinta all’individualità avanzata dai giovani – il riconoscimento che i figli non rappresentano “una proprietà”, una propria mera estensione in altro corpo, bensì diversa ed altra espressione individuale.

Tale disposizione, nel corso della vita, dovrebbe poi essere arricchita dagli elementi di variabilità che si mostrano nelle diverse contingenze sociali, così da rispondere di volta in volta nel modo più adeguato alla necessità di istituire convivenze senza conflitti e prevaricazioni. In tal senso, più che un “guardarsi indietro”, il rispetto diviene un “guardarsi intorno” che serve a limitare l’isolamento nel proprio individualistico e superficiale “fai come vuoi, a me non interessa” – in quella “malattia dell’indifferentismo” che, già a metà dello scorso secolo, veniva indicata da Piero Calamandrei.

Ciò dovrebbe avvenire mantenendo, a monte, lo stesso carattere di reciprocità di cui prima si è fatto cenno, così da salvaguardare efficacia ed in un certo senso produttività delle interazioni stesse: così ad esempio, in ambito lavorativo, senza un adeguato scambio di rispetto reciproco, andrebbero a configurarsi come carenti i rapporti tra “dirigente” e “dipendente” a lungo andare basati su un imperativo beneficio goduto dal primo a discapito di quello di cui ugualmente dovrebbe godere il secondo; in ambito sociale esteso, altro esempio, si rende evidente come il mancato rispetto dell’alterità (altra appartenenza culturale, etnica, di credo religioso, di orientamento sessuale, etc..) comporti fenomeni di conflitto, rivalità, ghettizzazione, estraneazione…tutto ciò che, di fatto, va a ledere al senso stesso della “con-vivenza”.

Tuttavia, affinché il rispetto manifesti la sua efficacia, la sola disposizione interiore non basta, e viceversa esso deve trovare manifestazione concreta attraverso parole ed azioni di riconoscimento, riguardo, astensione dal giudizio (che, più spesso, è pre-giudizio) e dai tentativi di manipolazione verso ciò che l’altro è, rappresenta ed agisce diversamente da noi (e che si vorrebbe manipolare per farlo essere, sentire e fare come noi).

Per cui, se da un lato deve esservi la presenza di un’intima e spontanea disposizione all’accettazione degli altri, dall’altro l’espressione del rispetto deve essere volontaria, intenzionale, voluta. Anche perché, nella maggior parte dei casi, il rispetto non può essere imposto e la sua richiesta di fatto ne annulla il valore: chi chiede rispetto, senza esserselo realmente guadagnato e senza averne dato, ecco che non ne avrà – “Il rispetto s’inspira e non si comanda” (Arturo Graf).

Perché il rispetto poggia sulla coerenza e l’equilibrio dello scambio; perché il rispetto “va fatto”, in sostanza: “Il rispetto nasce dalla conoscenza, e la conoscenza richiede impegno, investimento, sforzo” (Tiziano Terzani). Non è la sola tolleranza, atteggiamento in qualche modo più passivo di accettazione della diversità; il rispetto ha il carattere dell’azione, dell’attività, della forte intenzionalità di riconoscimento della diversità.

Solo così il rispetto “crea in silenzio l’atmosfera morale” che regala beneficio ad una soddisfacente convivenza interpersonale…viceversa rimarrà “confinato a un pallido ruolo di complemento, che così faticosamente ritroviamo praticato nella realtà sociale: il rispetto verso il prossimo, verso la libertà delle idee, verso le istituzioni, verso le parole altrui e verso la verità dei fatti. Il rispetto verso i più deboli, verso chi cresce. Verso la storia, ma anche le generazioni future. Verso la pubblica decenza, verso i diritti e verso i doveri. Verso il pianeta e il creato intero. Verso noi stessi” (Nando Dalla Chiesa).

 

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