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Invidia

 In Editoriale, N. 3 - settembre 2016, Anno 7

“Fu il sangue mio d’invidia sì riarso, che se veduto avesse uomo farsi lieto, visto m’avresti di livore sparso” (Dante Alighieri, Divina Commedia – Purgatorio, XIV, vv.82-84)

 

Dal latino in – avversativo – e videre – guardare (quindi “guardare male, ostilmente”), l’invidia è quel sentimento malevolo di astio e risentimento che si prova nel constatare in altri il possesso di beni e/o qualità che si vorrebbero propri, in via esclusiva e/o se dall’accesso ad essi ci si sente ingiustamente esclusi.

Generalmente, il confronto con l’altro viene svolto alla pari, ovvero osservando coloro che possono esserci “simili” – per età, stirpe, condizione, etc – ed ingenera il “desiderio frustrato di ciò che non si è potuto raggiungere per difficoltà o ostacoli non facilmente superabili, ma che altri, nello stesso ambiente o in condizioni apparentemente analoghe, hanno vinto con manifesto successo” (Battaglia S., Grande Dizionario della Lingua Italiana, UTET – 1961-2002, voce corrispondente).

Più è stretto il rapporto – nella coppia, tra consanguinei, tra colleghi di lavoro – più si penserà che l’altro non è tanto diverso da noi…e allora perché ha più successo? Certo, l’invidia va spesso a braccetto con la superbia. Così tale sentimento raggiunge il massimo della sua distruttività, l’altro dovrà essere deprivato di tutto, schiacciato, annientato. Invero, il tarlo dell’invidia avrà ormai logorato la nostra esistenza, poiché in ogni caso esso ci avrà mostrato tutta la nostra piccolezza, avrà ferito la nostra autostima, in modo lampante avrà espresso la nostra inettitudine. E pertanto quale reale soddisfazione deriverà poi dal conquistare ciò che ci aveva reso così invidiosi?

L’iconografia raffigura l’invidioso con il volto accigliato, intento a spiare da lontano, ma colpito dalla sua stessa malvagità poiché il malocchio e le calunnie che rivolge a coloro per cui nutre invidia gli si ritorcono contro, in quella regola del “contrappasso” dantesca rappresentata con “occhi cuciti” nel Purgatorio (XIII, vv. 43/84) o “serpente che morde gli occhi” nelle allegorie dei vari “Vizi e Virtù” che Giotto ha voluto rappresentare nel registro inferiore delle due pareti laterali della Cappella degli Scrovegli di Padova. Come a dire che “chi è causa del suo mal, pianga se stesso”.

La malevolenza creata dall’invidia produce dolore – sentimento intimo, privato – quale profondo dispiacere non solo per la percepita assenza del bene desiderato ma soprattutto per l’inconscio senso di inferiorità che nasconde, ed al contempo odio e risentimento per la prosperità di cui gode l’altro, con conseguente soddisfazione allorquando il detentore venga ad attraversare delle disgrazie – sentimenti proiettati, diretti contro l’altro: se “invidiare è dell’uomo; compiacersi del male altrui, del diavolo” (Schopenhauer A.)

Per la dottrina cristiana, l’invidia è “il peccato diabolico per eccellenza” (Sant’Agostino, De disciplina christiana, 7, 7: CCL 46, 214 – PL 40, 673; anche in Epistula 108, 3, 8: CSEL 34, 620 – PL 33, 410), tale da far compiere i due più atroci omicidi, il fratricidio di Abele (Caino è geloso ed invidioso dell’amore e della predilezione che Dio nutre per il fratello) e la crocifissione di Gesù (Ponzio Pilato “sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia” – Vangelo Mt 27, 18). Il nono ed il decimo Comandamento, nel testo dell’Esodo (20, 2-17) ed in quello del Deuteronomio (5, 6-21), richiamano l’invidia quale peccato mortale esortando a non desiderare “la moglie del tuo prossimo” né “la casa del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo campo, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo”.

Anche in alcune delle più belle fiabe classiche vi è il richiamo all’invidia. A titolo di esempio: Cenerentola riceve il disprezzo della matrigna per l’umiltà del suo modo di essere e di affrontare la vita, e pertanto la mortifica continuamente ed istiga anche le sue figlie a perseguitarla; Biancaneve, crescendo sempre più bella, scatena l’invidia della Regina matrigna che ogni mattina interroga il suo specchio chiedendo “chi è la più bella del reame”, e la induce ad ordinare al cacciatore di portarla nel bosco ed ucciderla; nella grande riunione indetta nella foresta dal Leone Re di tutti gli animali per esortare ad abbandonare ogni rivalità e far fronte unito per difendersi da eventuali pericoli provocati dall’uomo, dopo l’esilarante spettacolo di ballo svolto dalla Scimmia per allietare tutti, volle esibirsi anche il Cammello con l’invidia di poter fare meglio, invece la sua esibizione venne disprezzata da tutti ed egli con vergogna fu costretto ad andarsi a nascondere in disparte.

Nella letteratura, come non ricordare le opere di W. Shakespeare Vita e morte di Re Riccardo III, il cui incipit è proprio il monologo di invidia che Re Riccardo III rivolge al fratello Re Edoardo IV d’Inghilterra che regna con successo, e l’Othello, in cui il personaggio di Jago è pura invidia.

Per la psicologia l’invidia è un sentimento molto primitivo: secondo Melanie Klein (Invidia e Gratitudine, 1957), nell’iniziale fase schizoparanoide amore, invidia e rabbia si mescolano già in età precoci (primi 5/6 mesi di vita) in virtù dell’innato drammatico conflitto tra pulsione di vita e pulsione di morte. All’atto della nascita, il neonato apprende di dover dipendere dal nutrimento del seno materno, che interpreta quale oggetto “parziale a sé”, separato dall’unità della figura materna. Il seno materno è l’essenza di tutte le esperienze gratificanti: alimentazione, calore, benessere. Tuttavia, in virtù del differimento della sua presenza (poiché non è sempre disponibile), esso viene interpretato anche come “cattivo” e pertanto deve essere danneggiato, proiettandovi le parti negative di sé. Come è noto, l’integrazione dei due sentimenti – quello di gratitudine quando l’oggetto seno conferisce nutrimento e sostegno dei suoi bisogni, quello di invidia quando l’oggetto seno si nega – consentiranno al neonato di sviluppare un Io integrato e stabile (nonché l’integrazione dell’oggetto seno nell’oggetto totale “madre”).

Nella teorizzazione dello sviluppo sessuale proposta da Sigmund Freud in Tre saggi sulla teoria sessuale (1905), mentre i figli maschi attraversano il “Complesso di Edipo” dalla gelosia nell’apprendere che i genitori hanno rapporti sessuali dai quali essi sono esclusi, con la conseguente competizione con il padre per ricevere le stesse attenzioni da parte della madre, viene ipotizzato che la rivalità delle figlie femmine verso la madre sia mossa dall’invidia e gelosia in quanto quest’ultima è vista come rivale nel godere del pene paterno, ma anche dall’inconscia frustrazione di non avere il pene, proprio di essere stata creata senza: la cd. “invidia del pene” che, secondo Freud, ogni donna prova nei confronti dell’uomo (“le ragazze sentono profondamente la mancanza di un organo sessuale di egual valore a quello maschile, esse si considerano inferiori e l’invidia del pene è il motivo principale di un certo numero di caratteristiche reazioni femminili”).

In sostanza, nucleo psicologico dell’invidia è la percezione della propria inadeguatezza ed incapacità nel confronto operato con gli altri. Una presa di coscienza che, chiaramente, è difficile da gestire, da ammettere e da comunicare. L’invidia nasce ed ha bisogno della relazione per esprimersi: costituzionalmente incapaci di far leva sulle nostre capacità e potenzialità, chiaramente diverse da quelle che denotano gli altri ma non per questo meno valide, si rimane fissati sul confronto e sul bisogno di svalutare e neutralizzare gli altri come unica condizione per poter emergere personalmente.

Eppure, si può “guarire” dall’invidia. Se si riesce ad elaborare il proprio senso di impotenza, riconoscendo in modo “obiettivo” anche la propria fallibilità e/o possibilità di pari riuscita, si può contenere l’angoscia che ne deriva e quindi fronteggiare l’attacco distruttivo che vorrebbe dar sfogo all’invidia.

Di fatto, continuando ad alimentare l’astio e la vergogna che derivano dal confronto con gli altri non si ottengono che apparenti benefici, considerando che anche nel “migliore” dei casi – quando l’altro è stato distrutto – può sopraggiungere il senso di colpa, certamente non meno semplice da gestire.

Pertanto è necessario orientare le proprie energie non verso la distruzione dell’altro bensì verso il potenziamento della propria autostima, impegnandosi a conquistare qualcosa di personale di cui poter beneficiare. Potenziare le proprie capacità, e metterle profondamente a frutto.

Tutto sommato, sebbene descritta sempre con accezione negativa, si può contemplare anche l’esistenza di una “invidia buona”: quella che consente di accettare i successi raggiunti da un’altra persona, e che fa insorgere il desiderio di somigliargli, di emularlo. Un sentimento che stimola la “sana competizione”, un senso di ammirazione che non diventa distruttivo, bensì sprone per il proprio agito. A patto di riuscire a comportarsi in modo corretto, rispettoso e responsabile.

 

    

     

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