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Personalità a rischio: tossicodipendenza ed aggressività

 In Psico&Patologie, N. 3 – settembre 2014, Anno 5

Per “personalità” si intende l’insieme di processi psichici e modalità comportamentali che differenziano una persona da un’altra, contrassegnandola di singolarità ed unicità, garantendo una coerenza interna del soggetto nel tempo e nelle diverse situazioni, ed in grado di mantenere ed incrementare il suo benessere: infatti, nella più nota definizione di Caprara e Cervone, la personalità è un “complesso insieme dei sistemi psicologici che contribuiscono all’unità e alla continuità della condotta e dell’esperienza individuali […]. La personalità è propriamente un sistema autoregolantesi, dotato della capacità di contribuire attivamente allo sviluppo e al benessere dell’individuo” (Caprara & Cervone, 2003, pp. 11-12).

Tra gli elementi costituenti la personalità si riconosce la presenza di “fattori temperamentali” su base biologica, ovvero costituzionalmente determinati, ma alcuni altri vengono altresì acquisiti anche attraverso l’interazione dei soggetti con l’ambiente fisico e umano, considerando che quest’ultimo origina nelle primissime interazioni con le figure di attaccamento e seguita poi il proprio sviluppo lungo tutto il corso della vita.

La continuità psichica e comportamentale dell’individuo viene attribuita alla presenza di unità personologiche dette “tratti” (Allport, 1937), indicati come disposizioni stabili nel tempo e nelle diverse circostanze di pensare, percepire ed agire la propria interazione con sé stessi e con il contesto ambientale.

È però importante sottolineare che, per quanto l’integrazione di più tratti sia all’origine di una ben specifica e distinguibile “struttura di personalità”, essa non richiama direttamente il concetto di patologia, che viceversa viene attribuito ad esagerate manifestazioni di tratti normali.

In altre parole: allorquando si riscontrano tratti con caratteristiche di rigidità, estremità e disadattività tali da interferire con il normale proseguimento della vita del soggetto, sia sociale che relazionale, oltre che con il suo benessere e con quello delle persone che lo circondano, si parla di Disturbo di Personalità.

I soggetti con un Disturbo di Personalità mostrano comportamenti che deviano marcatamente dalle aspettative culturali di appartenenza, ed ancora più marcata è la difficoltà a modificare il proprio comportamento, che rimane dunque perdurante nel corso tempo, e che conferisce loro notevoli disagi in termini di funzionamento personale e sociale adattivo agli altri ed all’ambiente.

La differenza fra tratti e disturbi è dunque di natura quantitativa: essa si sviluppa lungo un continuum che colloca ad un estremo le persone “normali”, ed all’estremo opposto soggetti con tratti marcatamente mal adattivi, e dunque affetti da un Disturbo di Personalità.

La presente esposizione non desidera dilungarsi oltre su ciò che caratterizza la personalità da un punto di vista costitutivo né in termini di normalità né in termini di patologia, tematiche per le quali si rimanda alla letteratura di specie, ma d’altro canto desidera menzionare almeno una delle possibili caratteristiche che di essa fanno parte, ed ovvero quella dell’aggressività, ed oggetto centrale per l’indagine sperimentale che più avanti verrà descritta.

Per quanto riguarda l’aggressività, in primo luogo, è necessario considerare la natura: il termine aggressività, infatti, richiama alternativamente il concetto di istinto, quello di reazione emotiva ad una frustrazione, quello di modalità o stato psicologico e/o comportamentale.

Nell’accogliere la presenza di un certo innatismo della componente aggressiva nel bagaglio istintuale, si fa riferimento alle funzioni da essa svolte e descritte originariamente attraverso studi nel campo dell’etologia, poi estesi anche al genere umano, dove l’aggressività assume un’importanza centrale allorquando assolve alla funzione adattiva di garantire la sopravvivenza del soggetto e della propria specie, e si esprime quindi:

  • nella necessità di soddisfare due obiettivi primari, quello della nutrizione e quello della riproduzione;
  • nella necessità di difendere la propria incolumità, quella del proprio gruppo sociale e quella del proprio territorio;
  • o altresì per affermare la propria supremazia, organizzando l’ordine gerarchico del proprio gruppo sociale affinché la gestione del potere venga effettivamente detenuta dal componente più forte.

In tal senso, il valore adattativo del termine, che pure prevede la lesività altrui, segna una linea di confine con il concetto di violenza, che è priva delle summenzionate motivazioni e soprattutto diviene esplosiva, improvvisa, eccessiva rispetto alla minaccia presuntivamente percepita.

Secondo aspetto da prendere in considerazione è la direzione cui volge l’agito aggressivo: si parla di aggressività “eterodiretta” quando essa viene rivolta agli altri; di aggressività “autodiretta” quando è rivolta a se stessi (automutilazioni, suicidi, ecc.); infine, di aggressività “indiretta” se rivolta ad oggetti e/o animali, e generalmente correlata ad atteggiamenti o disposizioni assunte in determinati momenti (es.: “sbattere la porta” nei momenti di nervosismo; “fare battute pesanti” in alcuni momenti di scherzo).

In merito a quanto sopra, l’indagine che può avanti verrà esposta si è rivolta alla disamina degli agiti aggressivi autodiretti correlati all’uso di sostanze stupefacenti.

Infine, terzo aspetto da considerare è in che modo ed in quale misura la componente aggressiva si lega alla personalità, normale e patologica.

Se da un lato si può genericamente sostenere che l’aggressività sia presente, in numerose e variegate sfaccettature, in ogni conformazione di personalità, dall’altro, tanto la tipologia quando l’intensità segnano le differenze con le personalità patologiche, dove peraltro l’aggressività mostra di essere un fattore transnosografico che può figurare in numerosi e diversi quadri clinici, in modo diretto o in associazione ad altre componenti quali collera, rabbia, rancore, vendicatività, oppositività, etc.

Così ad esempio, nel nuovo capitolo del DSM-5 (2014) dedicato ai “Disturbi da comportamento dirompente, del controllo degli impulsi e della condotta [1], figurano diverse condizioni caratterizzate da problemi di autocontrollo delle emozioni e dei comportamenti, tali da violare i diritti altrui (attraverso aggressioni, distruzione della proprietà, etc) e/o che mettono l’individuo in contrasto significativo con norme sociali o figure che rappresentano l’Autorità.

Tra essi figurano:

  • il Disturbo oppositivo-provocatorio, caratterizzato da “umore collerico/irritabile, comportamento polemico/provocatorio e vendicatività (crit. A)”;
  • il Disturbo esplosivo intermettitente, caratterizzato da “accessi comportamentali ricorrenti che rappresentano l’incapacità di controllare gli impulsi aggressivi, come manifestato da aggressione verbale o tre accessi comportamentali che implicano danneggiamento o distruzione di proprietà e/o aggressione fisica che provoca lesioni ad animali o ad altre persone (crit. A),” attuati anche senza sufficienti motivi atti a giustificare la loro presenza e dunque con “grado di aggressività […] grossolanamente esagerato rispetto alla provocazione o a qualsiasi fattore psicosociale stressante precipitante (crit. B)”;
  • il Disturbo della condotta, in cui “vengono violati i diritti fondamentali degli altri oppure le principali norme o regole sociali appropriate all’età”, e caratterizzato da “aggressione a persone e animali, distruzione della proprietà, frode o furto, gravi violazioni di regole (crit. A)”, cui possono aggiungersi “emozioni prosociali limitate, ed ovvero mancanza di rimorso o senso di colpa, insensibilità/mancanza di empatia, indifferenza per i risultati, affettività superficiale o anaffettività”;
  • il Disturbo Antisociale di personalità, specificatamente trattato nel capitolo dedicato ai “Disturbi della Personalità”, ma altresì qui incluso in virtù delle assonanze con lo spettro dei disturbi “esternalizzanti” della condotta sopra citati;
  • la Piromania e la Cleptomania, rispettivamente caratterizzate dall’incapacità di resistere all’impulso di appiccare il fuoco o di rubare.

Altresì, il Disturbo da gioco d’azzardo, che nella precedente versione del DSM IV era incluso tra i Disturbi NAS, dal DSM-5 viene invece posto nel capitolo dedicato ai “Disturbi correlati a sostanze e Disturbi da addiction”, che peraltro sono la tipologia di disturbi che più strettamente ha riguardato la presente indagine.

Vi è poi da dire che la presenza di agiti aggressivi, così come riportato in letteratura, attiene anche ad altre categorie di disturbi mentali, quali i Disturbi Psicotici e la Schizofrenia, i Disturbi dell’Umore, i Disturbi d’Ansia, i Disturbi del Comportamento Alimentare ed i Disturbi di Personalità (Fava et al., 1991; Korn et al., 1992; Millar, 1983; Henry et al., 2001; Posternak e Zimmerman, 2002; Fassino et al., 2003; Pasquini et al., 2004; Biondi, 2005).

Tornando ai disturbi correlati all’uso di sostanze, nell’ampio capitolo di attinenza del DSM-5 si distingue, innanzitutto, tra “Disturbi da uso di sostanze” e “Disturbi indotti da sostanze”: i primi contemplano un “cluster di sintomi cognitivi, comportamentali e fisiologici che indicano come l’individuo continui a fare uso della sostanza nonostante i significativi problemi ad essi correlati”, e che comportano un “cambiamento sottostante nei circuiti cerebrali che può persistere anche dopo la disintossicazione”; i secondi riguardano l’intossicazione, l’astinenza ed i disturbi mentali indotti da sostanze/farmaci (disturbi psicotici, bipolare e correlati, depressivi, d’ansia, ossessivo-compulsivo, del sonno, sessuali, delirium e neurocognitivi).

Inoltre, il capitolo contempla 10 classi distinte di sostanze (alcol; caffeina; cannabis; allucinogeni; inalanti; oppiacei; sedativi, ipnotici e ansiolitici; stimolanti; tabacco; e altre sostanze), che hanno in comune il fatto di determinare l’attivazione diretta del sistema cerebrale di ricompensa, coinvolto nel rafforzamento del comportamento di assunzione della sostanza al di là degli specifici meccanismi farmacologici attraverso i quali ogni classe di sostanze agisce, che sono chiaramente differenti.

Si può facilmente intuire come l’ultima revisione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali relativa alle problematiche correlate ai comportamenti di dipendenza abbia necessitato di estendersi in una trattazione più articolata di tutti gli agenti induttori di dipendenza, oltre a quelli comunemente considerati quali le droghe (ovvero ecco il senso di includervi anche il già citato gioco d’azzardo), proprio a ratifica del fatto che ogni sostanza e/o esperienza in grado di lenire il dolore, l’ansia o altri stati emotivi negativi, e che al contrario garantisce vissuti di soddisfazione e piacere, può instaurare una dipendenza, sia fisica (ed in tal caso si parlerà più propriamente di “dependence”) che motivazionale (“addiction”).

Posto che l’indagine sperimentale che più avanti verrà illustrata ha escluso la trattazione delle dipendenze non correlate alle tradizionali sostanze psicotrope chimiche, e non ha quindi considerato le cosiddette “new addiction [2], alcuni altri importanti postulati devono essere espressi in questa sintesi prima di riferire i risultati empirici raggiunti.

In primo luogo, è da riferire che, come per la personalità, anche i fenomeni della dipendenza sono da sviluppare lungo un continuum che va dal normale al patologico: ad un estremo, infatti, si ritrovano stati motivazionali e sensoriali non associati al desiderio di placare stati di dolore o che non comportano l’attivazione dell’arousal (versante normale); in posizione intermedia troviamo condizioni di dipendenza che non coinvolgono l’affettività, la volontà o la cognizione; fino ad arrivare a stati morbosi di dipendenza contraddistinti da tolleranza [3], craving [4] ed astinenza (versante patologico) (Caretti & La Barbera, 2005).

Ancora, differenti tratti personologici andranno a contraddistinguere il soggetto dipendente in considerazione dell’oggetto della sua dipendenza (e quindi la sostanza), della modalità d’uso o degli aspetti della relazione con essa.

Considerando la sostanza, riconoscibili comportamenti tossicomanici si riscontreranno in quei soggetti che fanno uso delle “sostanze pesanti”, mentre più difficile sarà fornire una definizione in considerazione delle cosiddette “droghe leggere [5]”. Considerando le modalità d’uso, si dovrà valutare il variabile rapporto tra le caratteristiche della sostanza e le modalità, la frequenza e la dose che viene assunta, oltre che alcuni aspetti personologici propri del soggetto assuntore, ivi incluse le molteplici “cause” che possono indurre all’avvicinamento prima ed alla dipendenza poi (inizializzazione da parte di amici o partner; contesti culturali permissivi o palesemente disadattavi; evento traumatico personale; sintomi psichiatrici o componenti mal adattive della personalità legate ad esempio al piacere del rischio).

Per quanto concerne invece l’indagine della possibile reciprocità esistente tra personalità patologica e condotte di uso/abuso di sostanze, ed altresì in riferimento alla presenza di tendenze o agiti aggressivi, si apprezza che i riscontri empirici degli ultimi vent’anni siano abbondanti e molto interessanti.

In generale, le indagini mostrano di riflettere due opposte posizioni concettuali a seconda del ruolo assunto, in posizione primaria o secondaria, dall’uno o dall’altro disturbo: da un lato, difatti, si ritiene che un disturbo di personalità possa costituirsi come un fattore di rischio per il successivo insorgere di condotte di abuso di sostanze; dall’altro viceversa si ritiene che sia l’abuso di sostanze a farsi fattore di rischio per l’insorgere di un disturbo di personalità, in virtù del forte impatto sul funzionamento psichico e comportamentale dell’individuo che viene determinato dalla condizione di dipendenza.

Per quanto riguarda l’indagine dell’incidenza di specifiche categorie diagnostiche, maggiori riscontri si hanno per i Disturbi di Personalità inclusi nel cluster B, ed in particolare per il Disturbo Borderline di Personalità (Bushman & Cooper, 1990; Kokkevi et al., 1998) ed il Disturbo Antisociale di Personalità (Moeller & Dougherty, 2001; Caretti & La Barbera, 2005) in comorbidità al consumo di alcol, così come analogamente avviene nel caso di sostanze psicoattive quali cocaina (Skodol et al., 2000) ed eroina (Craig, 2000), mentre per il consumo di benzodiazepine si riscontra una comorbidità con disturbi depressivi o ansiosi (Tyrer, 1989).

Per quanto riguarda invece l’indagine sulla presenza di una correlazione tra comportamenti di dipendenza (da alcol o sostanze) e comportamenti aggressivi, gli studi hanno variabilmente riferito in termini di predisposizione personale, intensità e frequenza (Bailey & Taylor, 1991; Giancola & Zeichner, 1995), a volte considerando come elemento antecedente e causale la dipendenza ed altre considerando allo stesso modo l’agito aggressivo.

In definitiva, prescindendo dall’ordine di insorgenza rispetto alla correlazione tra disturbo di personalità e dipendenza, o tra dipendenza ed agito aggressivo, in entrambi i casi è stata verificata l’interazione reciproca e costante degli elementi considerati ed il ruolo da loro svolto in termini di modulazione e mediazione.

L’indagine sperimentale: finalità, strumento, metodo e risultati

Alla luce degli approfondimenti teorici e di letteratura sopra riferiti, l’indagine sperimentale di cui in seguito si riferisce ha voluto approfondire la possibile relazione inerente la triade “profili di personalità” VS “uso/abuso di sostanze” ed VS “eventuali agiti aggressivi”.

L’indagine è stata condotta sulla popolazione generale, considerando i territori urbani ed extraurbani delle città di Roma e Napoli, per soggetti di sesso femminile e maschile con età compresa tra i 19 ed i 30 anni, e con variabile titolo di studio (di Diploma e di Laurea).

Più specificatamente, l’anagrafica del campione è la seguente:

  • sesso: maschi 62 soggetti; femmine 65 soggetti;
  • età (19/30 anni): 44 soggetti per la fascia d’età 19-24 anni, e 83 soggetti alla fascia d’età 25-30 anni;
  • titolo di studio: 68 soggetti hanno conseguito il Diploma e 59 hanno conseguito la Laurea.
  • Per l’elaborazione dei risultati, i partecipanti sono stati trattati come due sottogruppi differenti in base all’identità di genere sessuale.

Per quanto riguarda gli strumenti, si è utilizzata:

  1. la somministrazione del test Sympton Checklist 90-R (SCL-90-R, Derogatis, 1997; Preti, Prunas, Sarno & Madeddu, 2011) per rilevare quali e con quale eventuale evidenza clinica emergessero specifici profili di personalità nel campione, così da discutere successivamente in merito alle correlate manifestazioni di aggressività nei profili di personalità emersi da un punto di vista sintomatologico e comportamentale;
  2. parallelamente, la somministrazione di un secondo breve questionario appositamente strutturato per le finalità della ricerca e volto ad acquisire informazioni su opinioni ed esperienze dei soggetti esaminati circa il consumo di sostanze stupefacenti (tipologie di sostanze assunte e frequenza di assunzione; motivazioni addotte al consumo; modo in cui gli stessi soggetti considerano e classificano le sostanze stupefacenti, nonché la frequenza di uso/abuso ed i pericoli e le conseguenze ad esse riconosciuti), al fine di valutare se ad un determinato profilo di personalità vada a corrispondere una maggiore probabilità di uso/abuso di tali sostanze, e dunque la presenza di eventuali quadri di comorbidità.

Il test SCL-90-R è uno strumento self-report composto da 90 item volti a valutare la gravità dei sintomi di disagio psichico percepiti dal soggetto nell’ultima settimana [6] in diversi domini sintomatologici, suddivisi dal test in specifiche scale.

Lo strumento è stato elaborato con l’intento di far emergere la configurazione di sintomi psicologici in soggetti clinici e non, differenziandosi da altri questionari del settore poiché fornisce una misura sia di sintomi “interiorizzanti” (depressione, somatizzazione, ansia) che “esternalizzanti” (aggressività, impulsività, ostilità).

La valutazione e l’interpretazione si basa su nove dimensioni sintomatologiche primarie e tre indici globali.

Le nove sottoscale primarie sono:

  1. Somatizzazione (SOM)à riflette il disagio psichico relativo alla percezione di disfunzioni a livello corporeo;
  2. Ossessività – Compulsività (O-C)à in cui sono inclusi sintomi identificabili con l’analoga sindrome clinica;
  3. Ipersensibilità interpersonale (I-S)à si concentra su sentimenti di inadeguatezza e inferiorità derivanti dal confronto con gli altri;
  4. Depressione (DEP)à riflette sintomi rappresentativi delle manifestazioni cliniche associate alla sindrome depressiva;
  5. Ansia (ANX)à in questa sottoscala vengono inclusi segni generali di ansia (es. nervosismo, tensione, tremori, attacchi di panico, sensazione di terrore);
  6. Ostilità (HOS)à riflette pensieri, sentimenti o azioni relative ad uno stato aggressivo e negativo di rabbia;
  7. Ansia fobica (PHOB)à intesa come prolungata reazione di paura a una specifica persona, luogo o oggetto, percepita come irrazionale e sproporzionata rispetto allo stimolo ricevuto, e che induci all’adozione di comportamenti di evitamento o fuga;
  8. Ideazione paranoide (PAR)à descrive le manifestazioni caratteristiche del pensiero paranoide;
  9. Psicoticismo (PSY)à rappresenta il costrutto come una dimensione continua dell’esperienza umana; questo continuum oscilla da una moderata alienazione interpersonale fino alla vera e propria psicosi (Eyesenk e Eyesenk, 1968).

Alle predette sottoscale vengono associati sette item addizionali, valutanti disturbi dell’appetito e del sonno, che esprimono un carico fattoriale rilevante su alcune scale sintomatologiche, ma non presentano un peso principale su nessuna.

Altresì, gli indici globali sono stati inseriti con l’intento di comunicare l’intensità o la profondità del disagio psicologico del soggetto tramite un unico punteggio. Di tale disagio ogni indice esprime un diverso aspetto:

  1. Global Severity Index (GSI)à è il miglior indicatore del disagio psicologico perché combina informazioni relative al numero di sintomi riferiti e l’intensità del disagio;
  2. Positive Symptom Total (PST)à misura l’ampiezza e la varietà della sintomatologia, riportando il numero di sintomi riferiti dal soggetto, a prescindere dall’intensità del disagio;
  3. Positive Sympton Distress Index (PSDI)à identificabile come un indice dello stile di risposta del soggetto, esso fornisce informazioni sull’accentuazione o attenuazione, da parte del soggetto, del disagio sintomatologico.
  4. Procedendo allo scoring, tramite uno schema di interpretazione dei punteggi presente nel Manuale del test è possibile conoscere in quale range di punteggio si collocano quelli ottenuti dai singoli soggetti ad ogni scala. I range di punteggi forniti dallo strumento sono quattro: assenza, normalità, moderato ed elevato, e permettono di valutare l’intensità dei sintomi fornendo in tal modo un profilo dettagliato del soggetto.

Tolleranza

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