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Religiosità e libertà

 In Sotto il Segno del Culto, Anno 3, N. 4 - dicembre 2012

 

Il fenomeno religioso costituisce una dinamica umana particolarmente complessa e delicata, compresi i suoi derivati “scismatici”; da cui poi si formano nuovi gruppi con “nuove” idee religiose, spesso con modalità sincretiste. Quale possa essere la giusta definizione di strutture religiose di questo tipo è spesso motivo di controversie. Ancora si dibatte tra termini come “setta”, “culto” o “nuovo movimento religioso”. La denominazione “Nuovi Movimenti Religiosi” (NMR), oggi spesso usata, comunque, non è priva di difficoltà, perché può dare l’idea di ascrive al concetto di “religione” ciò che di per se non lo è; inoltre è difficile affermare cosa si intenda per “nuova religione”, considerando che ormai in Italia, da oltre cento anni, operano alcuni cosiddetti “nuovi movimenti religiosi” che sono accusati di praticare tecniche scorrette di manipolazione mentale. Quindi, anche se i “nuovi movimenti religiosi” ‑ secondo Cecilia Gatto Trocchi (2000) ‑ si possono classificare in base a tre elementi: le origini storiche, il contenuto dottrinale, le modalità di organizzazione; orientarsi in questo “mondo caleidoscopico e bizzarro” è estremamente difficile. Come è difficile identificare la natura di certi “nuovi culti” e la loro eventuale potenzialità distruttiva.

Una maggior chiarezza si può ottenere indagando velocemente i lessici sopra indicati. Per esempio, la parola “setta”, deriva dal latino secta: “partito, scuola, fazione”, forse derivante da secare: “tagliare, staccare”, o di sequi: “seguire”, e iniziò ad indicare quei gruppi che si erano separati da una struttura più vasta. Il Vocabolario della Lingua Italiana Zingarelli (1970) riporta così il termine: secta, “parte, frazione”; che sta a indicare un «gruppo di persone che professano una particolare dottrina politica, filosofica, religiosa in contrasto o in opposizione a quella riconosciuta o professata dai più».

Margaret T. Singer afferma che il termine setta non è, in sé, peggiorativo, ma semplicemente descrittivo: «denota un gruppo che si forma intorno ad una persona che afferma di avere una missione o una conoscenza speciale, che verrà condivisa con chi declinerà la maggioranza delle decisioni a quel leader autoproclamato». Per il Dizionario di Antropologia, Zanichelli (1997) «i membri di una setta tendono a considerarsi i “veri credenti” e a salvaguardare la differenza con gli altri credenti». Per “Setta” quindi si indica un insieme di persone guidate da un leader carismatico e totalitarista che danno forma a un gruppo chiuso ed elitario. Setta è sicuramente il termine più usato, sia a livello popolare che dai media. E anche se nel tempo ha assunto una connotazione negativa di per se, nella pratica, il fatto di professare un’idea politica o religiosa diversa dalla maggioranza rientra nel diritto costituzionale di libertà di espressione. Diritto garantito in tutti i Paesi democratici.

Gli studiosi anglosassoni privilegiano la dizione “Culto” nell’analisi del fenomeno in questione, ritenendolo più idoneo anche se i suoi confini dottrinali e ideologici sembrano essere più vaghi. Termine anch’esso derivante dal latino cultu, nel senso di “coltivare”, ovvero: «Complesso delle usanze e degli atti per mezzo dei quali si esprime il sentimento religioso» (Zingarelli, 1970). Quindi il culto si esplicita attraverso una serie di azioni che nel suo insieme stabiliscono gli usi e le credenze degli affiliati. Sono dunque, secondo questa accezione, i comportamenti, le azioni del leader e degli affiliati che definiscono il tipo di culto, ovvero se questo è lecito o distruttivo.

Alcuni studiosi del settore, definiscono così un culto distruttivo: un qualsiasi gruppo nel quale ‑ senza tener conto di ideologia, dottrina, credo – si pratica la manipolazione mentale, da cui risulta la distruzione della persona sul piano psichico (a volte fisico, spesso finanziario), della famiglia, del suo entourage e della società, al fine di condurla ad aderire senza riserve a partecipare a un’attività che attenta alla libertà di pensiero e di azione. Un culto “distruttivo” si distingue, pertanto, da un normale gruppo sociale o religioso principalmente per il suo ricorrere all’inganno, allo scopo di attrarre o trattenere al suo interno gli adepti (Hassan S., 1999, Santovecchi P., 2004).

Prediligendo questa dizione, pertanto, per culti “distruttivi” o “abusanti” si intendono quei gruppi che sistematicamente danneggiano i propri membri con l’uso di tecniche ingannevoli, non dichiarate ‑ quale il controllo mentale ‑ in violazione di diritti primari riconosciuti dagli ordinamenti più avanzati; i quali precisano la nozione di “diritto umano”.

 

Incidenza del fenomeno

“Un crescente allarme sociale”. Così il Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Ministero degli Interni nel suo rapporto “Sette religiose e nuovi movimenti magici in Italia” definiva il fenomeno del proliferare di gruppi religiosi o pseudoreligiosi che hanno caratteristiche tali da rappresentare veri e propri pericoli per la libertà personale e la salute dell’individuo, la proprietà, l’educazione e le istituzioni democratiche. A distanza di quindici anni il monito, oggi, è più che mai attuale.

Siamo nel febbraio 1998, Giorgio Napolitano è ministro dell’Interno, il Rapporto, di circa cento pagine, nella presentazione iniziale dichiara: «A fronte del crescente allarme sociale, si è quindi ravvisata la necessità di esaminare il fenomeno e verificare la correlata esistenza di un concreto pericolo per l’ordine e la sicurezza o di eventuali altri aspetti di interesse ai fini di polizia». Pur tenendo presente l’articolo 8 della Costituzione secondo cui “tutte le confessioni religiose sono libere di fronte alla legge”, ricorda la necessità che i rispettivi statuti, di dette confessioni, sempre in base allo stesso articolo, “non contrastino con l’ordinamento giuridico”.

Il Rapporto è frutto di una ricerca che si basa “sulla scorta di testimonianze prestate da molti fuoriusciti, ma anche da accertamenti condotti da organi di polizia giudiziaria”. Gli aspetti che, secondo il Ministero degli Interni, costituiscono un pericolo “per la convivenza civile” e sui quali è necessaria una verifica sono:

  • L’utilizzo, allo scopo di reclutare nuovi seguaci e mantenere “quelli già caduti nella rete”, di meccanismi subliminali di fascinazione e del cosiddetto “lavaggio del cervello”, o altri consimili metodi atti a limitare la libertà di autodeterminazione del singolo.
  • L’interesse materiale dei capi carismatici che si realizza attraverso l’esazione di contributi, condotte con metodiche aggressive, e la vendita di merci e servizi vari.
  •  Il celare, dietro un’apparenza talora rispettabile e al di là dei fini dichiarati, comportamenti immorali o condotte illecite.
  • La propugnazione di dottrine, connotate da elementi fortemente irrazionali, che potrebbero obnubilare gli adepti e spingerli a comportamenti devianti e pericolosi per la sicurezza pubblica.
  • Il perseguimento di obiettivi diversi da quelli dichiarati, se non addirittura di piani eversivi o destabilizzanti dissimulati dal pretesto religioso”

Dal 1998 di censimenti ufficiali non ne sono più stati pubblicati anche perché tanti sono i limiti ‑ ammessi dallo stesso Ministero ‑ che impediscono una stima oggettiva del fenomeno.

Prima cosa, non tutte le azioni biasimevoli commesse dai sopraindicati “culti distruttivi” arrivano in tribunale venendo sottoposte a giudizio. I giudizi richiedono infatti che la persona che ha subito un danno ne sia cosciente, che prenda sufficiente distanza dalla setta e decida poi di sporgere denuncia. Passi che risultano in genere tutt’altro che automatici.

C’è poi l’eterogeneità delle fonti da cui è possibile attingere informazioni, che sono i movimenti stessi, i loro fuoriusciti, i mezzi di comunicazione e gli studiosi della materia.

Altro problema è la fluidità delle cifre. Un conto è prendere in considerazione i soli “movimenti” con una certa diffusione sul piano nazionale e internazionale, altro è includere nel computo anche le formazioni di carattere localistico o i piccoli gruppi con poche decine di affiliati.

Infine occorre non dimenticare che certi culti nascono, muoiono, si scindono e generano a loro volta altre diramazioni con una frequenza incontrollabile. Tanto è vero che acquisire una stima certa della reale consistenza di questi gruppi e dei loro affiliati non è di facile risoluzione.

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