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Religiosità e libertà

 In Sotto il Segno del Culto, Anno 3, N. 4 - dicembre 2012

Il metodo usato per condurre questa “doppia agenda” è quello del frazionamento delle attività tra diverse personalità giuridiche: periferiche e meno appariscenti, quelle lucrative, primarie e visibili quelle del culto. In realtà il fine ultimo, anche se svolto nell’ombra, è quello economico: esso esiste e prospera proprio grazie al paravento religioso. Anche quando essi si danno una struttura commerciale dichiarata e distinta dal culto allo scopo di organizzare corsi a pagamento, vendere libri, oggetti o servizi vari, sono gli adepti che per la maggior parte portano avanti gli interessi del culto mantenendo legami anche finanziari strettissimi.

Altro determinate fattore da tenere presente è il frequentissimo ricorso del culto all’attività di volontariato. Attività spesso ottenuta con l’inganno o con pressioni psicologiche. Come del resto le cosiddette “offerte volontarie”. L’attività lavorativa, “volontaria” e quindi non retribuita, assieme alla non prevista copertura previdenziale, unita all’introiti delle “offerte o donazioni volontarie”, realizzano un business “religioso” formidabile: il tutto esente da controlli fiscali diretti. Complice involontaria, spesso, la legislazione di molti Stati che prevede uno statuto fiscale privilegiato per le associazioni religiose.

Anche il Rapporto svizzero ha prodotto i suoi effetti. Pur sottolineando la scarsa capacità di servizi specializzati, afferma che «molti gruppi provocano volontariamente questa mancanza di trasparenza non fornendo alcuna informazione pubblica, dando al mondo esterno un’immagine falsata della propria organizzazione reale o cambiando regolarmente la propria apparenza. Alcuni gruppi appaiono intenzionalmente sotto una forma camuffata. Questo comportamento è talvolta già radicato nella dottrina professata dal gruppo: le idee principali sono accessibili solo a una cerchia di persone iniziate; sono trasmesse solo oralmente in una cerchia chiusa di persone iniziate; sono soggette a sanzioni se è violata la segretezza. Tali gruppi fanno uso di un alone di mistero». Inoltre ribadisce «Qualora vengano impiegati metodi ingannevoli, fallaci o indottrinanti, la “rinuncia” parziale o totale all’autodeterminazione non riguarda più soltanto la singola persona ma anche lo Stato che può e deve intervenire, sempre che ne abbia la possibilità. Dato che non soltanto la legislazione civile e quella penale, bensì anche le democrazie poggiano sull’assioma dell’autodeterminazione responsabile, nemmeno lo Stato di diritto, per quanto liberale, può assistere senza reagire all’azione di gruppi indottrinanti che sistematicamente annientano o tentano di annientare l’autonomia delle singole persone». 

Adesso sia in Francia che in Svizzera la manipolazione mentale è reato. In Europa già da oltre dieci anni è stato dichiarato “urgente e preoccupante” il fenomeno di culti che esercitano un controllo psicologico e fisico sui loro adepti. Le cronache, sempre più spesso, riferiscono di situazioni di completo “controllo mentale” e di violenze su donne e bambini, all’interno di culti estremi. L’incidenza e l’allarme sociale che essi suscitano rendono necessario riflettere sulla necessità anche in Italia di una legge che regoli i rapporti tra culto e affiliato.

Negli ultimi decenni i culti distruttivi sono cresciuti a dismisura ed è oramai comunemente riconosciuto che l’abrogazione del reato di plagio, operata dalla Corte Costituzionale con la sentenza 8 giugno 1981, non ha risolto la questione penale sottesa al fenomeno. A distanza di oltre trent’anni è avvertita, infatti, oggi più che allora, la necessità di approntare un’idonea tutela contro i subdoli e devastanti attacchi alla libertà psichica e morale dell’individuo. È necessaria una nuova definizione del rapporto fra il plagiato e colui che opera subdolamente una persuasione occulta. Non si tratterebbe di entrare in merito alle dottrine, ma di sanzionare quei comportamenti lesivi alla dignità e alla libertà individuale. In sostanza fare emergere la concreta realtà della patologia dei culti abusanti, più o meno sottaciuta per ignoranza o per comoda rimozione, affinché si imponga alla coscienza collettiva e non si sottragga alla disapprovazione sociale, che è la primaria forma di controllo e di contrasto (Mantovani F., in Bini C., Santovecchi P., 2005).

I milioni di persone in Italia che hanno a che fare con la realtà dei culti totalitari, tutto ad un tratto si trovano scagliati davanti a problemi che non avevano mai conosciuto prima, che non sanno come affrontare e come contrastare e, qualora volessero, non hanno gli strumenti adatti. È questo il punto nevralgico. L’esistenza o meno del plagio in campo religioso o politico/sociale con le sue implicazioni di natura psicologica/psichiatrica, o politico/legislativa e di conseguenza giuridico/penale.

C’è chi nega in assoluto l’esistenza del plagio e chi ritiene il plagio una prassi comune. C’è chi, partendo dal principio dell’inviolabilità della coscienza individuale, sostiene che qualsiasi limitazione nei riguardi di persone e gruppi religiosi sia in ogni caso lesiva del diritto fondamentale di libertà religiosa.

Infine esiste un movimento di opinione che intende promuovere una legislazione più adeguata e più attuale che tuteli la libertà di religione dei cittadini, sia come gruppi che come individui, attraverso la formulazione di una legge-quadro sulla libertà religiosa, e la reintroduzione nel codice penale del reato di manipolazione mentale.

 

La situazione giuridica italiana

La Corte Costituzionale, con la sentenza 8 giugno 1981, n.96, rilevando un contrasto tra l’articolo 603 del codice penale «Chiunque sottopone una persona al proprio potere in modo da ridurla in totale stato di soggezione, è punito con la reclusione da cinque a quindici anni» e gli articoli 21 e 25 della Costituzione, dichiarò la illegittimità della norma che configurava il delitto di plagio, ponendo così termine all’esistenza di una disposizione che nel cinquantennio del Codice Rocco non aveva trovato frequenti occasioni di applicazione. Si legge nella sentenza: «La norma denunciata viola il principio di tipicità di cui all’articolo 25 della Costituzione, in quanto appare sfornita nei suoi elementi costitutivi di ogni chiarezza». Legge che lasciava, sempre secondo la Corte Costituzionale, troppo spazio non solo alla discrezionalità, ma addirittura all’arbitrio del giudice.

Ora non si intende rimettere in discussione, a tanta distanza di tanto tempo, le decisioni della Corte Costituzionale, che rappresentano ormai un punto fermo e immodificabile nel nostro ordinamento giuridico, ma soltanto chiarire che l’abrogazione del reato di plagio, non voleva certo significare la sua insussistenza e l’annullamento delle problematiche inerenti ai processi di condizionamento psicologico che si realizzano, anche e soprattutto, nel tipo di relazione che intercorre tra adepto e leader carismatico. Tant’è che la Corte Costituzionale ne raccomandò la riformulazione in termini più precisi. Motivo per cui, l’abrogazione, non può essere intesa come la negazione del plagio sul piano fenomenico (Di Bello M., in Bini C., Santovecchi P., 2005).

Diversi senatori e parlamentari della Repubblica, di differenti schieramenti politici, consapevoli che il sistema giudiziario italiano non possiede strumenti adeguati per contrastare chi, utilizzando “meccanismi subliminali di fascinazione”, limita la libertà di autodeterminazione, hanno presentato dei disegni di legge per la reintegrazione del reato di plagio. Anche se sotto la dicitura, forse più moderna, di reato di “manipolazione mentale”. Fino ad oggi nessuna delle proposte di legge è stata approvata.

Il vuoto normativo lasciato dalla sentenza della Corte Costituzionale, ha da un lato, comunque, creato nell’opinione pubblica la falsa convinzione che il plagio non esista, dall’altro ha dato la possibilità ai “manipolatori della mente” di usare e rafforzare le loro tecniche in tutta tranquillità, sapendo con assoluta certezza di non correre alcun rischio legale. Ciò spiega l’espandersi in Italia di attività di singoli e/o organizzazioni di potere, anche mascherate da pratiche religiose, che continuano a perpetrare in maniera dilagante meccanismi persuasivi occulti.

Da più parti ci sono stati tentativi di assimilare il plagio alla circonvenzione di incapace. Quindi, è bene ricordare che il reato di plagio, nella specifica formulazione, presupponeva un totale ed illimitato stato di soggezione, tanto che si qualificava nei delitti contro la persona. Ovvero tra i delitti contro la libertà individuale e in particolare tra i delitti contro la personalità individuale, al pari della riduzione in schiavitù, della tratta, del commercio, dell’alienazione e acquisto di schiavi. Mentre la circonvenzione di incapace rientra tra i delitti contro il patrimonio. In particolare, tra i delitti contro il patrimonio mediante frode, al pari della truffa, dell’insolvenza fraudolenta, dell’usura, dell’appropriazione indebita, della ricettazione etc.

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